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Due donne nel tentativo di essere qualcosa. In alto, la proiezione di una finestra. È un’apertura al fuori nella quale le donne guardano? E’ un occhio che guarda dentro le loro vite? Perché le immagini cominciano a scorrere? E’ forse una televisione che invade la vita privata delle due donne affermando allo stesso tempo di essere neutrale? Passaggi indifferenti di persone per strada, alla stazione. Immagini oniriche nei momenti di crisi. Pochissimi elementi portano il racconto: le borse, i cappelli, gli spolverini neri. Tutto è affidato alla gestualità, al ritmo, alla vibrazione musicale, all’umorismo. Non ci sono parole. C’è un sopra, c'è un sotto, ci sono – forse – un esterno e un interno. Qual è il dato di realtà? Dibattersi tra desideri inespressi perché non trovano sponda là fuori e tentare di uniformarsi senza successo, lascia emergere l'ultima presa di coscienza possibile. Essa si trova nello scollamento tra individuo e massa: è l'imbarazzo. Due Donne Basse è l’inizio di una ricerca sul concetto di imbarazzo come categoria di consapevolezza. Sono in imbarazzo, qualcosa non va. C’è una distanza tra me e il fuori di me. Da quando finanche lo scandalo, che fino a pochi anni fa era stato occasione di rottura e cambiamento, viene usato come pane quotidiano per tenere sempre alta l’adesione alla notizia dell’ultim’ora, al parossismo, all’audience, è difficile trovare un argomento di differenziazione e presa di distanza dal modello sociale. Imbarazzo, concetto debole che mostra una sua specifica forza. Come nelle comiche classiche, abbiamo prodotto un “testo muto” perché il nostro linguaggio predilige l’azione, la danza, il ritmo dei gesti, il racconto spezzato, l’umorismo. E’ l’audiovideografia che indica lo scorrere del tempo lineare e continuo, con il suo sottofondo di immagini e suoni quotidiani apparentemente casuali, a cui le due donne basse si appigliano nella necessità di un momento di realtà. Ma qual è la realtà? La fotografia realistica e virtuale o loro stesse, strambe ma in carne e ossa?