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Negli ultimi anni è successo qualcosa di molto strano – e anche molto grave – nel modo in cui si parla di narcisismo. Un tema complesso, clinicamente delicato, legato alla sofferenza profonda delle relazioni affettive, è diventato un prodotto da scaffale. Un’etichetta pronta all’uso. Una spiegazione universale per qualsiasi dolore amoroso. Oggi sembra che basti guardare un video, leggere un post, spuntare una checklist, per poter dire: “Ecco, il problema era lui. O lei. Era un narcisista.” Ma la psicologia non funziona così. E quando funziona così, non è più psicologia: è pseudoscienza emotiva. Io mi occupo di narcisismo nelle relazioni di coppia da prima che diventasse di moda. Da quando non faceva visualizzazioni, non vendeva corsi, non prometteva soluzioni rapide. E già allora era chiaro che si trattava di un tema pericoloso da semplificare. Perché il narcisismo non è una maschera da riconoscere, non è un mostro da smascherare, non è un nemico esterno da accusare per sentirsi innocenti. E soprattutto: non è una diagnosi fai-da-te. Quello che oggi vediamo online è una deriva strutturalista estrema: la mente umana ridotta a schemi, le relazioni ridotte a ruoli fissi, la sofferenza ridotta a formule. “Se fa questo è narcisista.” “Se dice questo è narcisista.” “Se ti ha lasciato, sicuramente è narcisista.” Questa non è clinica. Questa è vendita di certezze. Io vengo da una formazione che ha imparato a diffidare delle strutture quando diventano dogmi. Lo diceva già Umberto Eco parlando di struttura assente: le strutture non sono sempre date, molto spesso le costruiamo noi – e poi ce ne innamoriamo. In psicologia, però, questo innamoramento è pericoloso. Perché quando una struttura diventa una verità assoluta, la soggettività sparisce, la storia individuale viene cancellata, la relazione viene semplificata fino a diventare irriconoscibile. Il risultato? Una psicologia che promette diagnosi rapide, terapie standard, percorsi validi per tutti. Ma la clinica vera non funziona così. La clinica vera non vende soluzioni. Lavora nel dubbio, nell’ambiguità, nell’ombra. E l’ombra – quella di cui parlava Jung – non si lascia trasformare in un reel da 30 secondi. Quello che mi preoccupa davvero è questo: che molte persone, già ferite, trovino in queste narrazioni una illusione di chiarezza, ma perdano l’occasione di fare un vero lavoro su di sé. Perché accusare l’altro di essere “il narcisista” è spesso più facile che interrogarsi su – cosa abbiamo visto, – cosa abbiamo negato, – cosa abbiamo proiettato. La sofferenza amorosa non è un crimine con un colpevole unico. È un’esperienza psichica complessa, a volte tragica, a volte creativa, sempre singolare. Quando la psicologia diventa marketing, quando la diagnosi diventa intrattenimento, quando la terapia diventa un prodotto… allora non stiamo più curando. Stiamo riducendo. E io, da anni, lavoro esattamente contro questa riduzione a scopo di marketing e di sfruttamento della sofferenza amorosa