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Conoscere nel dettaglio l’architettura delle faglie e quindi la loro struttura interna è di fondamentale importanza per una migliore comprensione della meccanica dei terremoti. Spesso però le faglie non sono ben esposte in superficie perché sono coperte dalla vegetazione o da depositi. Un ulteriore problema consiste nel fatto che in diverse aree del mondo, compresa l’Italia, le parti esposte sono di frequente troppo superficiali e dunque non rappresentative delle profondità a cui nascono i terremoti. Per questo motivo da diversi anni il Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova conduce missioni scientifiche nel deserto di Atacama in Cile, dove l’assenza di vegetazione consente di osservare in superficie faglie che, circa 120 milioni di anni fa, erano capaci di generare terremoti fino a magnitudo 6.5–7.0. Un nuovo studio, recentemente pubblicato su Journal of Structural Geology, ha descritto l’architettura della faglia di Bolfin e come questa varia lungo decine di chilometri di esposizione, portando a risultati che migliorano anche la comprensione dell’interazione tra fluidi e rocce a profondità sismogeniche e dei processi legati ad un particolare tipo di sequenze sismiche, gli sciami sismici. “Sappiamo che queste faglie erano sismogenetiche perché abbiamo trovato pseudotachiliti, rocce che si fondono durante un terremoto per gli sforzi che avvengono sul piano di faglia e poi risolidificano”, spiega Simone Masoch, dottorando del Dipartimento di Geoscienze e primo autore dello studio.