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La vicenda di cui parlerò oggi ha per me dell’incredibile e non riguarda solamente il protagonista, Fabio Butera, ma chiunque sia solito utilizzare i social per scrivere post, diffondere contenuti e intavolare dibattiti. Piccolo riassunto della storia portata alla luce da Matteo Pucciarelli di Republica: nel 2018 Butera verifica una notizia che in quei giorni era diventata particolarmente virale sul Web. Chiama le Autorità competenti, che smentiscono quando narrato nell’articolo che ha originato il debunking, e scrive tutto in un post Facebook che a sua volta diventa virale. Passa il tempo e a un certo punto le stesse Autorità che avevano fornito la smentita a Butera cambiano versione. Morale della favola, Fabio viene portato in tribunale dal giornalista che aveva smentito con il suo fact-checking e condannato a pagare 33.000 euro. Perché ha diffamato l’autore dell’articolo con quel post? Assolutamente no. Il motivo sta nella moderazione dei commenti. Secondo il Tribunale, infatti, Butera non avrebbe cancellato alcuni commenti di insulti, scritti da altri, rivolti al giornalista che era stato smentito. Commenti che nessuno gli aveva segnalato o chiesto di rimuovere e che nemmeno riportavano il nome del cronista, perché Butera non l’aveva mai fatto. La sentenza ora andrà confermata o ribaltata in Cassazione, ma rimane il fatto che l’orientamento espresso dal Tribunale può potenzialmente riverberarsi su chiunque di noi utilizzi i social per dibattere o diffondere contenuti. Per approfondire: L’articolo di Repubblica: https://www.repubblica.it/politica/20...