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Sargonia Dankha, una ragazza ventenne di origine ira- chena, scomparve a Linköping, nel sud della Svezia, il 13 novembre del 1995. Fu sospettato un uomo italiano, Salvatore Aldobrandi, allora 45 anni, che aveva avuto una relazione con la ra- gazza. Contro di lui la polizia svedese raccolse molti in- dizi, tra cui tracce di sangue di Dankha nel suo apparta- mento e sull’auto che aveva usato il giorno della scom- parsa. Molti testimoni raccontarono di episodi di violen- za, verbale ma anche fisica, di possessività estrema, di controllo continuo e ossessivo della ragazza da parte dell’uomo che non aveva mai accettato la fine del loro rapporto. Aldobrandi venne arrestato e rilasciato due mesi dopo. Rimase indagato ma contro di lui non venne mai formu- lata un’accusa formale. Il corpo della ragazza non si trovava e in Svezia era con- siderato impossibile un processo senza la prova che fos- se avvenuto un omicidio. Aldobrandi lasciò la Svezia e tornò a vivere in Italia, a Sanremo. Ventisette anni dopo, attraverso avvocati italiani, la fa- miglia di Sargonia Dankha si è rivolta alla procura di Imperia che ha aperto un fascicolo di indagine. È stato un caso raro, se non unico: un italiano processa- to in Italia per un delitto commesso in un altro paese. E soprattutto giudicato basandosi anche su testimonianze, analisi scientifiche, ricostruzioni, esame dei tabulati te- lefonici, interrogatori, condotti in Svezia: quindi sui ri- sultati di un’indagine effettuata, molti anni prima, dalla polizia di Linköping. Salvatore Aldobrandi è stato condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante dei motivi abbietti. I suoi difensori hanno presentato appello mettendo prima di tutto in dubbio proprio la validità in Italia di prove ac- quisite dalla polizia di un altro paese. -- Puoi abbonarti qui - https://abbonati.ilpost.it/?utm_sourc...