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La storia più drammatica e decisiva nella lotta tra Stato italiano e criminalità organizzata: il racconto completo del 1993, l'anno in cui Cosa Nostra dichiarò guerra aperta all'Italia con una strategia del terrore senza precedenti che trasformò l'intera penisola in un campo di battaglia. Dodici mesi di attentati devastanti che colpirono il cuore dell'identità italiana, dalla Galleria degli Uffizi di Firenze alle chiese di Roma, dimostrando come un'organizzazione criminale possa sfidare uno Stato democratico quando decide di abbandonare ogni limite morale e come la società civile possa reagire con una forza che nemmeno i terroristi più spietati erano riusciti a prevedere. 14 maggio 1993, ore 0:15, Firenze. Cinquecento chili di tritolo nascosti in una Fiat Uno fanno saltare la Galleria degli Uffizi, uccidendo cinque persone e distruggendo opere d'arte di valore inestimabile. Mentre le fiamme divorano i capolavori del Rinascimento, a Bagheria Totò Riina sorride davanti alla televisione: "Ora l'Italia capirà. Se vogliono distruggere Cosa Nostra, noi distruggeremo tutto quello a cui tengono di più." Era l'inizio dell'anno più sanguinoso della storia repubblicana italiana, quando la mafia siciliana trasformò la strategia dell'invisibilità in guerra aperta contro le istituzioni. Il detonatore fu l'arresto di Riina il 15 gennaio 1993, che convinse l'organizzazione che lo Stato aveva cambiato strategia e stava vincendo la guerra del maxiprocesso. Leoluca Bagarella, nuovo capo ancora più spietato, convoca la cupola il 20 febbraio nella villa di Altofonte: "Basta nascondersi. Lo Stato vuole la guerra? Gliela diamo. Ma stavolta portiamo la guerra in tutta Italia." La strategia rivoluzionaria prevedeva di colpire il cuore simbolico dell'Italia per terrorizzare l'opinione pubblica e costringere lo Stato a trattare. L'attentato agli Uffizi fu pianificato con precisione militare utilizzando una cellula di 'ndrangheta calabrese, tritolo siciliano trasportato in camion di agrumi e una Fiat Uno rubata a Roma. "Doveva sembrare terrorismo internazionale," confessa Giovanni Brusca. "Volevamo che il mondo pensasse che l'Italia era sotto attacco da forze esterne." Il 27 maggio Roma viene colpita da due attentati simultanei in via dei Georgofili e via Fauro. "Dopo Roma toccherà a Milano, Torino, Napoli. Faremo saltare tutto quello che rappresenta l'Italia," dichiara Bagarella. Gli attentati causano diciassette morti e centinaia di feriti, dimostrando che Cosa Nostra può colpire ovunque nel territorio nazionale. Ma l'errore fatale fu sottovalutare la reazione dell'opinione pubblica. Invece di terrorizzare i cittadini, gli attentati provocano rigetto e rabbia che unisce l'Italia come ai tempi della Resistenza. "Attaccare arte e storia fu percepito come attacco all'identità italiana," spiega un sociologo. "Cosa Nostra aveva toccato qualcosa di sacro." La risposta dello Stato arriva il 30 maggio con il decreto 306/93: settemila soldati proteggono monumenti, nasce la Direzione Investigativa Antimafia, sono autorizzate intercettazioni preventive. Il presidente Scalfaro dichiara: "L'Italia non si piega al terrorismo mafioso." Il 19 giugno due milioni di persone scendono in piazza in cinquanta città: "Basta mafia, lo Stato deve vincere." In Sicilia, per la prima volta, centomila palermitani marciano contro la mafia: "La Sicilia non è mafia, noi siciliani onesti siamo la maggioranza." Il primo successo investigativo è l'arresto di Nitto Santapaola il 20 giugno, "cervello operativo degli attentati." Ma il colpo decisivo arriva quando si scopre il piano più devastante: far saltare la Torre di Pisa durante la visita del presidente Scalfaro. Il blitz del 25 luglio sventa l'operazione e rivela l'intera rete terroristica. La svolta è l'inizio della collaborazione di Giovanni Brusca il 15 agosto, pressato dalle indagini. Le sue confessioni dal 20 settembre rivelano dodici attentati pianificati: Duomo di Milano a Natale, Scala, San Marco a Venezia, Vesuvio. Ma il piano più agghiacciante era per il 31 dicembre: far saltare piazza San Pietro durante la messa di Capodanno con il Papa.