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La legge 285, nel 1977, nata per contrastare la disoccupazione giovanile, spinse le nuove generazioni al recupero delle terre incolte. Roma era (ed è) il comune agricolo più grande d’Europa. Ma le colate di cemento della speculazione edilizia minavano il suo primato. All’epoca Matteo Amati lavorava alla cooperativa sociale Capodarco: nel ‘68 aveva disertato il servizio militare e aveva scelto di andare a vivere nelle baracche insegnando in una scuola popolare. Carlo Patacconi aveva 18 anni e la maturità scientifica da conseguire. Era iscritto al Partito comunista italiano. Giovani e precari. Il 2 luglio 1977 si ritrovarono Castel di Decima a forzare il lucchetto di un’azienda agricola di proprietà pubblica, abbandonata all’incuria. Qui, ai margini della metropoli, prese forma l’esperienza della Cooperativa Agricoltura Nuova. Che ancora oggi resiste. La Federbraccianti - il sindacato degli operai agricoli della Cgil - e le sinistre politiche e sociali, in particolare la sezione del Pci “Che Guevara” e quella di Porta Medaglia - appoggiarono il movimento dei disoccupati che rivendicava l’uso collettivo dei terreni contro la speculazione edilizia. Aratri e trattori per un salario dignitoso e per immaginare uno sviluppo alternativo di Roma, nel solco dell’agricoltura contadina. “se non ci fosse stata la solidarietà di tanti, questa esperienza non avrebbe avuto la forza di sopravvivere”, dice Patacconi.