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Suite n.1 per violoncello solo in sol maggiore BWV 1007: Preludio - Allemanda - Corrente - Sarabanda - Minuetto I - Minuetto II - Giga Si è soliti collocare queste opere di datazione incerta negli anni di Köthen (1717-1723), durante il periodo di servizio di Bach come Kapellmeister del principe Leopold di Anhalt. Qui, potendo disporre di una cappella di corte che contava eccellenti strumentisti, fra i quali un brillante primo violino come Johann Spiess (probabile destinatario delle Sonate e Partite per violino solo, del 1720) e un virtuoso di violoncello come Christian Bernhard Linigke (probabile primo interprete dei soli per violoncello), Bach potè acquisire nuove esperienze in materia di musica strumentale, e soprattutto coltivare con regolarità una vocazione a lungo ostacolata dagli impegni nella musica di chiesa. Poco sappiamo dei modelli a cui Bach potrebbe essersi ispirato: la forma e lo stile da lui adottati non si agganciano a esempi storici come il ricercare o il canone, ma si orientano invece verso la trasformazione dei movimenti di danza propri della Suite per strumenti a tastiera in strutture libere e in concezioni organizzative e architettoniche nelle quali a prevalere sono i principi del contrappunto, del flusso melodico lineare o polifonico, dell'armonia latente, del timbro cangiante, del ritmo risolto in figurazioni continuamente variate. Ogni stile e maniera, dal patetismo brillante della scuola italiana al funambolismo bizzarro dei virtuosi tedeschi, dal gusto delicato della scuola francese all'essenza figurativa del barocco internazionale, è assimilato e trasfuso da Bach in un compendio d'arte totale, la cui destinazione, viola da gamba o violoncello moderno, sconfina nella pura visione immaginaria. Della raccolta non ci è pervenuto l'autografo bensì una copia (un tempo ritenuta erroneamente autografa) della moglie di Bach, Anna Magdalena. La prima pubblicazione avvenne solo settantacinque anni dopo la morte dell'autore (Vienna 1825), con il titolo Six Sonates ou Etudes pour le Violoncello solo. Le numerose riedizioni seguite nell'Ottocento le conquistarono il posto d'onore, mai smentito nella letteratura per lo strumento, quale opera essenzialmente didattica, se non precisamente "scolastica": ben più tarda fu la loro acquisizione nelle sale da concerto. Non occorre ribadire che tale destinazione non contraddice affatto la natura della silloge, se intesa nel senso più autenticamente bachiano di opera pedagogica e formativa al tempo stesso di tecnica strumentale e di suprema spiritualità. Sembra che Bach abbia inteso conferire al Preludio della Prima Suite un carattere dimostrativo intimo, non esteriore, meno che mai esibito, in un certo senso addirittura interlocutorio. È come se qui l'autore presentasse con apparente semplicità le sue intenzioni, prima di allargare la forcella dell'utopia. Da una semplice serie di arpeggi spezzati, che sembra suggerita da una dinamica interiore, si sprigiona un'energia che si dispone in un'ampia arcata melodica, nella quale la purezza della linea conta più della massa del volume. Un che di stilizzato lascia presagire sviluppi meno sereni, senza che per ora vengano ricercate esasperazioni o conflitti. Nell'Allemanda una formula ritmico-melodica subito dichiarata in apertura plasma la logica del periodo con la proliferazione ornamentale in senso ascendente, bilanciata dalla grazia danzante della Corrente, dove le particelle tematiche ricompaiono a tratti regolari sulle diverse corde dello strumento: il colore diverso e il mutamento dei registri arricchisce la tavolozza timbrica. La Sarabanda condensa nella sua struttura speculare di due volte otto battute una carica di esitante introversione melodica anelante alla cantabilità più diffusa. La tersa, raffinata eleganza dei due Minuetti (uno nel tono d'impianto, l'altro in minore) e l'innocente semplicità lirica della Giga finale concludono l'opera in un'atmosfera di rara elevatezza spirituale, senza il pur minimo sospetto di arcigna severità. Sergio Sablich