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Ma come è stata giustificata all’epoca, l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, dopo un anno di neutralità e un cambio di alleanza, con il passaggio dalla Triplice all’Intesa? Di fronte all’opinione pubblica si trattò soprattutto di lavorare a colpi di propaganda. Come opera la propoganda quando deve giustificare l’inizio di una guerra? Ecco un paio di esempi di come la stampa di casa nostra raccontò quei momenti. Perché l’Italia abbia cambiato Alleanza e si decida solo ora ad entrare in guerra ce lo spiega “La Guerra Italiana”, un settimanale che la casa editrice Sonzogno, inizia a pubblicare – con incredibile tempismo - il 30 maggio 1915. Si tratta di un giornale che fa ampio ricorso alla documentazione fotografica e che, data appunto la sua cadenza settimanale, raccoglie le impressioni di quotidiani italiani e stranieri. Ecco dunque, come recita il titolo di quel primo, quali sono le «luminose ragioni della guerra italiana» esposte dal nostro ministro degli esteri Sidney Sonnino, al «mondo civile» come lo chiama il giornale. Uno: Ragioni di ordine nazionale e cioè la difesa degli interessi vitali italiani manomessi proditoriamente dall’Austria con la sua aggressione nei Balcani; del diritto contrattuale violato; delle sacre aspirazioni, fin’ora sacrificate alla lealtà di alleanza e al rispetto per la pace europea: Due: ragione di ordine internazionale e cioè «la doverosa denegazione di solidarietà con chi calpestava, aggredendo la Serbia, il sacro principio delle indipendenze nazionali; con chi rompeva meditatamente la pace europea, imponendo una guerra spaventosa ed orrenda. L’Italia – si legge – non poteva deviare dalla sua storia, dalla sua Missione di potenza europea, di nazione civile». Queste sarebbero le «luminose» ragioni dell’intervento italiano, anche alla luce del fatto che – scrive sempre il periodico – «nell’agosto del 1914, quando pareva trionfale la marcia tedesca su Parigi, sarebbe esistito un piano austro-tedesco per invadere l’Italia del Nord, occupare il Veneto, Milano e il Piemonte, e aggredire la Francia anche dalla parte di Lione». Dunque si entra in guerra, ma la gente comune - il popolo - come la prende, soprattutto nelle zone dove la guerra dovrà essere vissuta in prima persona? Ce lo spiega Gino Piva dalle pagine della «Gazzetta del Popolo» in una corrispondenza «dal veneto palpitante» dove non si attende altro che lo scoppio delle ostilità. «Non ancora cronache d’azione. Ma visioni, impressioni, ore di ansia. Ansia non trepidazione. È l’anima della nazione che si protende, fissa silenziosa, in attesa di sicuri eventi. Le serene città del veneto, scrive Piva – in data 23 maggio, sono – addirittura, aggiungiamo noi – in festa. I tricolori rifulgono nel sole e per le vie cittadini e soldarti fraternizzano. I manifesti della mobilitazione sono entusiasticamente commentati. In tutti è un ardore nuovo, una santa febbre. Ho potuto percorrere una buona parte delle zone di guerra – racconta il giornalista – e dovunque ho potuto rilavare che questa mite popolazione veneta, che non si manifesta mai con eccessi di anticipati clamori, ora è tutta fieramente concorde ed orgogliosa che la continuità della storia d’Italia le abbia assegnato il compito di avanguardia. La fiducia nel nostro esercito è completa. Alcuni particolari non trasmissibili entusiasmano. […] Le notizie di questo giorno – sapientemente orchestrate, aggiungiamo noi – delle violenze austriache ai nostri connazionali, [...] esasperano. Soldati richiamati delle classi più anziane alzano le baionette al grido di Morte all’Austria!». L’autore dell’articolo celebra la sua liturgia guerresca con tutta la retorica che il caso richiede. Non c’è paura e il desiderio di battersi è alto, e – aggiunge il nostro autore – «si sono prese disposizioni che i più perfetti eserciti possono solo invidiare». Purtroppo, di lì a qualche ora i fatti testimonieranno che la cosa non stanno proprio così. L’inizio delle operazioni sarà caratterizzato da una mancanza si slancio e da una lentezza che faranno infuriare Cadorna, alla faccia delle perfette disposizioni. Ma il lavoro della propaganda è un altro e cioè raccontare una realtà ideale e immaginaria che mantenga alto lo spirito pubblico. Dunque, conclude Gino Piva dalle pagine della «Gazzetta del Popolo», in vista della guerra «suonano campane a festa nel cielo sereno. […] Non si piange in nessun luogo. Ragazze infiorate salutano a voci alte i giovani uomini che si preparano a partire. E i giovani cantano. L’Italia Rinasce. Qui è tutto il battito del suo cuore immenso. […] La guerra non poteva avere un popolo migliore».