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GITA DA EFFETTUARE DA APRILE IN POI, IN ALCUNI PUNTI SCARICA, DA EFFETTUARE CON NEVE SICURA. Descrizione Giunti alla bergeria Balma (ad aprile ci si arriva in auto) si procede brevemente x il fondovalle quindi si vira a dx. Aquota 2000-2100 approfittando di un’ampia rampa obliqua si va a sx, si sale brevemente x la max pendenza poi, verso sx si raggiunge a quota 2230 il valloncello del colle di Rodoretto quindi si procede agevolmente fino a quota 2600 e per ultimo una rampa che porta ad una casermetta quindi al colle. Rodoretto (Roduret in piemontese, Rodoret in occitano) è la maggiore frazione del comune di Prali, in provincia di Torino. Citato da Oriana Fallaci nel suo romanzo "Un cappello pieno di ciliegie" L'origine toponomastica è incerta: potrebbe derivare dall'arbusto di rododendro oppure più probabilmente, secondo altre fonti, dal termine che designava il corso d'acqua che percorre il vallone con un andamento infossato e ripido (Raoudourét significherebbe infatti "ripida e piccola dora"). Il borgo viene spesso indicato anche come Villa di Rodoretto, dal nome di "Villa", la borgata più popolata. Fino al 1870 costituiva un comune autonomo, per essere successivamente incorporato in quello di Prali. Il codice ISTAT del comune soppresso era 001855, il codice catastale (valido fino al 1983) era H483. Rodoretto dà il nome all'omonimo vallone di Rodoretto in cui sorge, nel quale scorre il rio Dorato (Algo Groso in occitano). È situato a circa 8 km da Prali, nei pressi del confine comunale con Salza di Pinerolo. Le borgate che lo costituiscono sono Villa che è la principale (o Villa di Rodoretto[5], la maggiore), Chai (la prima che si incontra arrivando da valle, ospita il cimitero ed è contigua a Villa), Bounous (nella parte superiore di Rodoretto) e Chandermant (1.670 m, un gruppo di baite sopra Bounous). Fra le altre borgate del vallone principale della Valle di Rodoretto vi sono, da valle verso monte, Campo del Clot (1.440 m), Arnaud (1.518 m, dove termina la strada asfaltata), Rimas e infine Balma (1.710 m). Rodoretto ospita un piccolo Museo di cultura contadina. Coesistono una chiesa cattolica e un tempio valdese. Un pò di storia Il nucleo originario del Museo di Rodoretto risale all’estate del 1973, quando, per iniziativa dell’insegnante Elena Breusa Viglielmo, un gruppo di rodorine, con l’apporto generoso di tutta la popolazione, raccolse un buon numero degli oggetti oggi esposti in quello che era l’edificio della scuola elementare della Villa. Lo scopo era di arricchire con un contributo originale la festa patronale di Rodoretto. La cosa fu accolta con favore, tanto che se ne occuparono anche alcuni giornali, sicché il maestro Enzo Tron ritenne opportuno trasformare l’esposizione in un Museo permanente, assumendosi personalmente il carico dell’organizzazione del materiale e della guida nelle visite. Entrato in seguito, quasi naturalmente, a far parte della serie dei musei valdesi, il nostro ha potuto, nel 1981, annettersi le tre stanze del piano superiore, prima inagibili, riattarle con l’aiuto di un contributo finanziario della Regione e dare così ai materiali una diversa e più razionale distribuzione. I pezzi che ornano il Museo sono oggi più di cento; un numero modesto in verità e che rispetta solo in parte la realtà contadina e montanara di ieri. Ma bisogna subito precisare che esso non è sorto con intenti di completezza (ammesso che si possa tendere a questa meta: quali sono gli oggetti da museo?), né lo avrebbe potuto, per molte ragioni, fra cui l’esiguità dello spazio disponibile e la mancanza dei mezzi economici che un’iniziativa più ambiziosa avrebbe richiesto. Nato un po’ casualmente e affidato alle cure disinteressate di persone del luogo che quegli oggetti hanno usato o comunque conosciuto in un passato abbastanza recente – un passato che oggi è stato in gran parte spazzato via dalla corsa frenetica verso il fondovalle industrializzato che ha in pochi anni mutati i modi di vita e spopolato il vallone – il Museo si è infatti arricchito a poco a poco di quel tanto che si è riusciti a salvare dall’incuria e dall’abbandono e anche dalla rapacità degli antiquari e dei ladri”. Ulteriori reperti, offerti da donatori con- vinti della bontà di questa operazione, vanno comunque aggiungendosi via via, cosicché l’inventario è in continuo arricchimento. La raccolta manterrà in ogni modo il suo carattere locale, senza d’altra parte indulgere troppo alla preoccupazione di evitare doppioni con i musei delle valli vicine, di Prali in particolare: a chi sappia osservare, non sfugge l’originalità di ogni singolo oggetto, come avviene per ogni prodotto artigianale, che sempre conserva una personalità propria, irripetibile. Le finalità del Museo, essendo naturalmente esclusa qualsiasi mitizzazione o rimpianto astorici del passato – che può essere considerato in questa prospettiva solo da chi non ha, né ha avuto, alcun rapporto autentico con questo mondo – sono semplici ma, crediamo, importanti.......