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Perché… intanto grazie. Mi metto vicinissimo, così si sente meglio. Sì, sì, adesso prendo il tempo sotto questo, perché ho un paio di appunti e di citazioni da leggere. La mia relazione ha come titolo L’uno e i quanti. È nata dalla proposta di Claudio di far memoria di Dario Antiseri. Aveva già sentito il professor Stella e gli aveva già chiesto di affrontare il confronto con il recupero di Popper che Antiseri aveva elaborato. La fortuna accademica di Antiseri nasce proprio da questo lavoro, che ha costituito anche la fortuna editoriale di Armando, la casa editrice che pubblicò i testi più politici di Popper — La società aperta e i suoi nemici e La miseria dello storicismo — lanciandosi così nel panorama delle grandi case editrici filosofiche nazionali. Io dissi a Claudio che avrei lavorato su un aspetto un po’ più settoriale del lavoro di Antiseri, richiamandomi al titolo di una sua operetta pubblicata non con Armando, ma con Queriniana: un titolo molto suggestivo e anche un po’ provocatorio, Perché la metafisica è necessaria per la scienza ma è dannosa per la fede. Non vi parlerò di questa operetta; mi limiterò a sottolineare come la fisica quantistica — e la lettura che lo stesso Antiseri ne dava — giustifichi la prima parte del titolo: perché la metafisica è necessaria per la scienza. E mi riallaccio alla conclusione dell’intervento di Aldo, quando rimarcava come i fatti non esistano come “fatti bruti”, ma siano sempre carichi di teoria: le teorie con cui leggiamo i fatti fanno una differenza radicale anche nel modo in cui li interpretiamo. Stiamo lavorando, in tutte queste relazioni, su un periodo molto ristretto di anni: quei trent’anni che — come scrisse uno storico della scienza americano in un volume del 1966 — “sconvolsero la fisica”. Dal 1900, l’anno in cui Planck introduce i quanti di energia per spiegare la radiazione del corpo nero, fino alla definizione dell’effetto fotoelettrico che porterà alla nozione di fotone. È questa la scoperta che consentirà a Einstein di ricevere il premio Nobel: non per la relatività, né quella ristretta del 1905 né quella generale, ma per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico. Ed è interessante distinguere: osservazione, scoperta, spiegazione. Accolgo la precisazione: Einstein elabora una grande teoria che esplica e inquadra i fenomeni, confermando ciò che dicevamo — senza una teoria che spiega, i fatti non hanno significato, e spesso non possono neppure essere individuati. Ancora oggi attribuiamo premi Nobel a chi “scopre” ciò che la teoria aveva già previsto, anche se non era stato ancora osservato. Questo è un punto filosoficamente centrale. All’inizio dell’Ottocento trionfava, in ambito scientifico, il cosiddetto meccanicismo deterministico: si era convinti che spazio e tempo fossero determinanti incondizionate del reale, che tutto accadesse nello spazio e nel tempo, e che quindi avessero una valenza oggettiva. È famosa la tesi di Laplace — il cosiddetto “demone di Laplace” — secondo cui, se esistesse una mente (oggi diremmo un super‑computer) capace di determinare la posizione di tutte le particelle dell’universo e di conoscere le leggi secondo cui si muovono, potrebbe determinare il passato e il futuro di ogni cosa. Questa tesi — come Claudio osservava a proposito dell’evoluzione — è una postulazione metafisica, né verificabile né falsificabile. Perché? Perché presuppone che le leggi della fisica siano assolute, necessarie, determinanti in senso forte. È la base di una concezione rigidamente deterministica, che tende a negare qualsiasi spazio di indeterminazione in sede teorica e di libertà in sede pratica. Il meccanicismo deterministico ha ispirato tutta la fisica ottocentesca. [continua nel primo messaggio] Questo determinismo ha cominciato a incrinarsi alla fine dell’Ottocento, proprio grazie agli studi sull’elettromagnetismo e sui fenomeni luminosi. Queste ricerche hanno permesso di individuare qualcosa che contraddiceva il determinismo stesso e che metteva in discussione anche la tesi secondo cui tutto ciò di cui possiamo fare scienza è ciò che cade sotto i nostri sensi, perché determinato dall’esterno. In questa visione, ciò che determina i nostri sensi è qualcosa di materiale; dunque determinismo, meccanicismo e materialismo risultano strettamente intrecciati, perché la nostra percezione sarebbe passiva, determinata da ciò che agisce su di essa.