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Ula Tirso si adagia nel cuore della Sardegna come un piccolo teatro di pietra, racchiuso in un anfiteatro naturale che amplifica silenzi, venti e stagioni. Il paesaggio è ampio e selvaggio, modellato dal tempo e dalla forza dell’acqua. Poco distante scorre il fiume Tirso, il più importante dell’isola, che attraversa queste terre come una linea viva, portando memoria e nutrimento. La sua presenza ha segnato la storia del territorio, trasformandolo in uno spazio di incontro tra natura e ingegno umano. A dominare la valle si erge la diga di Santa Chiara, straordinaria opera di archeologia industriale che nei primi decenni del Novecento cambiò per sempre il volto della zona. Con la sua costruzione nacque il lago Omodeo, uno dei più grandi bacini artificiali d’Europa, divenuto nel tempo riserva idrica fondamentale e suggestiva attrazione paesaggistica. Attorno alla diga sorse anche il villaggio di Santa Chiara del Tirso, oggi silenzioso paese fantasma che un tempo ospitava operai e famiglie impegnati nella costruzione dell’imponente infrastruttura. Le sue case abbandonate raccontano una storia di lavoro, sacrificio e progresso. Il paese, il cui nome originario era semplicemente Ulà, assunse nel 1870 l’attuale denominazione di Ula Tirso, legando definitivamente la propria identità al fiume. Situato nella provincia di Oristano, sorge su un altopiano di origine trachitica che conferisce al territorio un carattere aspro e luminoso. Le tracce di insediamenti nuragici e romani testimoniano una presenza umana antichissima, stratificata nei secoli. Ancora oggi le tradizioni locali sono vive: feste, canti e manifestazioni popolari celebrano un patrimonio culturale che resiste al tempo e mantiene saldo il legame con la terra. Tra le espressioni più profonde di questa identità vi è il Carrasegare, il carnevale arcaico che affonda le radici in epoche remote. Già nel VI secolo d.C., in una lettera di papa Gregorio Magno, si accennava alla persistenza di antichi culti pagani nelle zone interne dell’isola, dove sopravvivevano divinità di pietra e maschere lignee. La Sardegna custodisce infatti un patrimonio rituale che si perde nella notte dei tempi, ponte invisibile tra il mondo contemporaneo e le credenze di popoli antichi. Tra il XII e il XIV secolo a.C. Micenei e Greci lasciarono sull’isola tracce culturali significative, contribuendo alla diffusione del culto di Dioniso. I riti dionisiaci miravano alla dissoluzione dell’individualità attraverso vino, musica e danza estatica, in un’esperienza di fusione con il divino. L’azione di “iscorriare”, lacerare la carne viva e divorarla cruda, richiama simbolicamente il mito dello smembramento del dio. Da questo termine deriverebbe “carrasegare”, carne-lacerare, rito arcaico legato ai cicli di morte e rinascita. In Sardegna tali pratiche si svolgevano nelle festas de corriolu, poi rielaborate in chiave cristiana e dedicate ai santi. Gli elementi animali – ossa, pelli, corna – divennero parti costitutive delle maschere, strumenti per rappresentare e allontanare il male. Le figure, spesso con sembianze di capro o toro, incarnavano Dioniso o divinità affini, realizzate in legno di pero selvatico, albero sacro a Persefone. Il “maimone”, divinità legata all’acqua e alla pioggia, simboleggiava il sacrificio necessario a garantire fertilità e raccolti abbondanti. Oggi quelle scene sono soltanto evocate, ma conservano una potente carica simbolica. Nelle zone interne – dalla Barbagia all’Ogliastra – questi riti sopravvivono con nomi diversi: s’urtzu, s’urthu, mamuthone. A Ula Tirso, come in altri paesi dell’isola, il Carrasegare non è semplice folklore, ma memoria viva di un’identità profonda. Le processioni, i balli e i canti popolari raccontano cicli di vita e morte, pioggia e siccità, uomo e animale, sacro e profano. In questo intreccio di storia e mito, Ula Tirso continua a custodire il suo patrimonio più prezioso: la capacità di trasformare il passato in presenza, il rito in racconto, la memoria in appartenenza.