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Dottor Carlo Ignazio Cattaneo Direttore Struttura complessa - Psichiatria ASL di Biella, Comitato Scientifico Coordinamento Nazionale di Organizzazioni ADHD ITALIA Relazione Scientifica: ADHD e dipendenze patologiche: un legame complesso ma affrontabile ADHD e Disturbi da Uso di Sostanze: Una Sfida Clinica e Organizzativa Il legame tra l’ADHD e i disturbi da uso di sostanze (SUD) rappresenta un tema delicato e di estrema attualità. Per comprendere la natura di questa condizione, possiamo citare Edward Hallowell, ricercatore ad Harvard, secondo cui avere l’ADHD è come possedere "il motore di una Ferrari con i freni di una bicicletta": un eccesso di stimoli che, senza una bussola adeguata, genera disordine anziché canalizzare l'intelligenza. Le dimensioni del fenomeno I dati epidemiologici indicano che l’ADHD non è affatto un disturbo raro, ma la sua prevalenza triplica nelle popolazioni che abusano di sostanze. Se nella popolazione generale l’incidenza si attesta intorno al 4-5%, nei servizi per le dipendenze la percentuale sale drasticamente: gli studi più ampi suggeriscono che un soggetto su otto (circa il 15%) abbia una diagnosi di ADHD, arrivando a punte del 50% nei contesti di trattamento più gravi. Siamo di fronte a un rischio bidirezionale che crea una miscela esplosiva. L’ADHD è infatti un predittore indipendente per l'insorgenza precoce dell'abuso di sostanze. Esiste una vulnerabilità neurobiologica di base che funge da acceleratore: chi è affetto da ADHD non solo incontra la sostanza più precocemente, ma ha una probabilità molto più alta di sviluppare una dipendenza cronica (addiction). L'impatto clinico e il "carico" del paziente Il paziente in "comorbilità" — termine che indica la coesistenza di due sindromi nello stesso individuo — presenta un quadro clinico severo. Non si tratta di un semplice effetto additivo (1+1), ma di un effetto sinergico dove la prognosi peggiora esponenzialmente. Questi soggetti mostrano una latenza minore tra il primo uso e la dipendenza, subiscono più frequenti ospedalizzazioni, sono soggetti a ricadute continue e spesso ricorrono al poliabuso. Oltre ai sintomi cardine, si osserva un pesante carico aggiuntivo di disturbi psichiatrici correlati, come disturbi dell’ansia, dell’umore (in particolare il disturbo bipolare) e disturbi della personalità antisociale. Questo si traduce in quello che gli anglosassoni chiamano burden: un impatto funzionale devastante che porta a fallimenti lavorativi, disoccupazione, problemi interpersonali e comportamenti criminali. Curare queste persone significa dunque occuparsi della "Salute Mentale" nel senso più ampio del termine (One Mental Health), guardando oltre la sola diagnosi clinica. La neurobiologia della ricompensa Perché questo accade? La spiegazione risiede nel sistema dopaminergico. Chi ha l’ADHD presenta un meccanismo della ricompensa alterato: il sistema del piacere è estremamente reattivo e spinge il soggetto verso una ricerca continua di stimoli. Quando questo cervello "propenso all'esplorazione" incontra una sostanza, l'aggancio è potentissimo. I pazienti riferiscono spesso di percepire gli effetti delle sostanze in modo diverso e più intenso rispetto ai propri coetanei, una percezione supportata anche da una predisposizione genetica comune tra ADHD e vulnerabilità alle dipendenze. Sfide diagnostiche e terapeutiche Identificare l’ADHD in chi fa uso costante di sostanze è complesso: i deficit delle funzioni esecutive si sovrappongono agli effetti dell'abuso. Diventa quindi fondamentale un approccio "archeologico" che ricostruisca l'anamnesi del paziente, individuando quando sono apparsi i primi tratti dell'ADHD e quando è entrata in gioco la sostanza. Sul piano terapeutico, è essenziale superare il pregiudizio secondo cui un paziente ADHD con una dipendenza non possa assumere farmaci specifici (come il metilfenidato). La sfida principale non è solo il farmaco, ma la retention: mantenere il paziente in trattamento, compito estremamente difficile per entrambe le patologie. Verso un nuovo paradigma dei servizi La proposta per il futuro è chiara: 1. Screening universale: Implementare test per l'ADHD in tutti i servizi per le dipendenze e nei dipartimenti di salute mentale. 2. Superamento dei "Silos": Abbandonare il modello sequenziale dove il paziente viene rimbalzato da un ufficio all'altro. Se un paziente fragile deve attraversare diverse "porte" per essere curato, il rischio di perderlo è altissimo. 3. Paziente al centro: I servizi devono organizzarsi intorno ai bisogni dell'individuo. In conclusione, l'unica vera "medicina" capace di stabilizzare il sistema è un'alleanza strutturata e sinergica tra i servizi di salute mentale e quelli per le dipendenze. Solo mettendo il paziente al centro di questa rete potremo sperare di cambiare le traiettorie di vita di queste persone.