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«L’abito nuovo» Commedia in tre atti di Luigi Pirandello e Eduardo de Filippo Trasmesso il 20 gennaio 1964 sul secondo Programma RAI EDUARDO: Michele Crispucci MARIO PISU: Avv. Boccanera CARLO LIMA: Concettino Minutolo ANTONIO CASAGRANDE: Abbatino UGO D’ALESSIO: Ruoppolo RINO GIOIELLI: Cicero DIDI PEREGO: Clara ITALIA MARCHESINI: Donna Rosa LILLI TIRINNANZI: Assunta ENZO PETITO: Don Ferdinando Regia di Eduardo De Filippo, Guglielmo Morandi “L’abito nuovo” è la straordinaria commedia nata dal genio di Luigi Pirandello e completata da Eduardo De Filippo nel 1937. In questa versione televisiva RAI del 1964, Eduardo interpreta Michele Crispucci, un uomo che sogna di “indossare un abito nuovo”, cioè di cambiare vita e identità. Un’opera ironica e malinconica, dove il pensiero pirandelliano sull’apparenza e sull’essere si fonde con la profonda umanità del teatro eduardiano. Un incontro irripetibile tra due maestri che hanno cambiato per sempre la scena teatrale italiana. L’abito nuovo fu concepita nel 1935, negli ultimi mesi di vita di Luigi Pirandello. L’autore, già malato, aveva elaborato il soggetto e ne parlò con Eduardo De Filippo, allora giovane ma già affermato attore e drammaturgo. Ammirando il suo talento, Pirandello gli affidò l’idea di una commedia da completare e portare in scena: una storia in cui un uomo, dopo un sogno rivelatore, desidera “indossare un abito nuovo”, metafora del bisogno di cambiare vita, di rinascere. Dopo la morte di Pirandello, nel dicembre 1936, Eduardo rispettò il progetto originario, scrivendo i dialoghi e dandole forma teatrale definitiva. La prima teatrale de L’abito nuovo avvenne il 25 novembre 1937 al Teatro Manzoni di Milano, quasi un anno dopo la morte di Luigi Pirandello. Fu un evento di grande rilievo, perché il pubblico sapeva che si trattava dell’ultima idea del maestro, completata da Eduardo De Filippo, allora trentottenne. L’attesa era altissima e la serata ebbe un’atmosfera quasi solenne: Eduardo presentò l’opera come un omaggio postumo a Pirandello, sottolineando la fedeltà al suo spirito. La critica accolse la commedia con grande rispetto e curiosità, anche se le opinioni furono diverse: Alcuni videro in essa un incontro perfetto tra il pensiero pirandelliano e l’umanità di Eduardo. Altri sottolinearono una certa discontinuità di tono, dove il rigore filosofico di Pirandello si ammorbidiva nell’ironia partenopea. Il pubblico, però, rispose calorosamente: lo spettacolo fu un successo e rimase a lungo in cartellone. Molti spettatori colsero l’emozione di assistere all’unione ideale di due mondi – quello della maschera e dell’apparenza pirandelliana e quello della verità quotidiana del teatro di Eduardo. La versione televisiva del 1964, interpretata e diretta dallo stesso Eduardo De Filippo, conserva intatto quel duplice spirito: il pensiero filosofico di Pirandello e la profonda umanità del teatro eduardiano. L’abito nuovo è una commedia in cui convivono due anime: quella pirandelliana, fatta di introspezione e inquietudine metafisica, e quella eduardiana, più concreta e intrisa di umanità. Il risultato è un’opera dal tono dolceamaro che indaga il desiderio, sempre frustrato, dell’uomo di cambiare sé stesso e la propria vita. Il protagonista, Michele Crispucci, è un modesto impiegato che sogna una vita diversa, più libera e dignitosa. Un giorno, dopo un sogno simbolico, decide di “mettersi un abito nuovo”, cioè di mutare radicalmente atteggiamento e identità. Ma come spesso accade nel mondo di Pirandello, il tentativo di liberarsi dalle convenzioni si scontra con la realtà sociale e familiare, che lo riporta alla sua condizione iniziale. Il tema dell’abito diventa così metafora dell’“apparenza” che ognuno di noi indossa: un ruolo, una maschera, un modo di presentarsi al mondo. L’“abito nuovo” rappresenta la speranza di rinnovamento, ma anche l’impossibilità di cambiare veramente dentro, quando tutto intorno rimane immutato. Eduardo De Filippo, completando la commedia, introduce una dimensione più calda e umana: i personaggi secondari, le dinamiche familiari, i toni comici e popolari tipici del suo teatro napoletano. In questo modo, il messaggio di Pirandello – filosofico e tragico – trova un equilibrio nella tenerezza e nell’ironia eduardiana. Nel finale, la riflessione torna amara: l’uomo può cambiare abito, ma non può sfuggire a sé stesso. L’opera diventa così una commedia sull’identità, sull’illusione e sulla condizione umana, dove il riso si intreccia con la malinconia.