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Los Zetas cartello Messicano: “Los Zetas” nacquero come unità d’élite ex “GAFE” e si trasformarono nella più temuta “criminale organizzazione” del nord-est, un “cartello messicano” che fece della guerra psicologica e del “traffico di droga” il proprio marchio. Guidò l’inizio “Arturo Guzmán Decena (Z‑1)”, che con “Heriberto Lazcano (Z‑3)” creò la spina dorsale militare del gruppo, professionalizzando i “commando” e importando tattiche da corpo speciale nel cuore della “mafia messicana”. “Heriberto Lazcano” consolidò il potere con cellule mobili e azioni esemplari, fino alla sua uccisione che aprì una fase di lotte interne e riconfigurazioni del comando del “cartello messicano”. A succedergli fu la linea Treviño: “Miguel Ángel Treviño Morales (Z‑40)” salì al vertice e venne catturato dopo una caccia nazionale, dimostrando la centralità dei fratelli nella catena di comando della “mafia messicana”. Il testimone passò a “Omar Treviño Morales (Z‑42)”, arrestato in un’operazione notturna che chiuse il biennio più violento del gruppo e lasciò in eredità reti di riscatti, estorsioni e rotte del “traffico di droga”. Attorno al nucleo operarono capi chiave come “Jaime González Durán (El Hummer)” e “Jesús Enrique Rejón Aguilar (El Mamito)”, architetti logistici di armi, veicoli rubati e corridoi di frontiera gestiti con disciplina paramilitare. Tra i fondatori spiccarono anche “Rogelio González Pizaña (Z‑2)” e “Alejandro Lucio Morales Betancourt”, veterani che strutturarono piazze e squadre d’assalto, creando catene di comando replicabili in più stati. Il controllo del territorio si basò sulla “quota” imposta a imprese e trasporti, sul furto di carburante e su attacchi esemplari per terrorizzare rivali e autorità, tattiche che resero “Los Zetas” sinonimo di brutalità organizzata. L’episodio simbolo fu l’incendio del “Casino Royale” a “Monterrey” nel 2011: ingressi bloccati, taniche di benzina, 52 vittime e un messaggio di ferro alla città, paradigma del metodo punitivo applicato alle piazze urbane. Questa strategia colpiva la percezione di sicurezza quotidiana: pagare la “quota” o affrontare una rappresaglia immediata, con squadre che si muovevano come “commando” e lasciavano firme identitarie sulla scena. La propaganda fu parte dell’arsenale: minacce pubbliche, volantini, messaggi in codice e spettacolarizzazione della violenza, così da imprimere il marchio “Los Zetas” su “Nuevo Laredo”, “Monterrey” e le vie di confine. Gli arresti dei capi “Miguel Treviño” e “Omar Treviño” e la morte di “Heriberto Lazcano” indebolirono la catena di comando, ma l’impronta paramilitare del “cartello messicano” continuò a influenzare tattiche e reclutamento. Nel racconto emergono i profili dei fondatori e dei luogotenenti, il passaggio da corpo speciale a “mafia messicana” e l’ingegneria criminale delle piazze, dal racket alla gestione dei corridoi del “traffico di droga”. Le città del nord-est — “Tamaulipas”, “Nuevo León”, “Coahuila” — divennero laboratorio di controllo armato, con “commando” rapidi, rotazioni di veicoli e presidi clandestini per sostenere flussi e casse del “cartello messicano”. Il video ricostruisce come “Los Zetas” abbiano trasformato l’uso della paura in strumento gestionale, collegando nomi, luoghi e modus operandi per spiegare perché questa “criminale organizzazione” abbia ridisegnato le regole non scritte. Dalla genesi con “Arturo Guzmán Decena” all’apice con “Heriberto Lazcano”, fino alla stagione dei “Treviño Morales”, seguiamo le linee di comando, i riti di intimidazione e i meccanismi economici della “mafia messicana”. Ogni capitolo unisce cronache giudiziarie, catture e testimonianze, per mostrare come un “cartello messicano” paramilitare abbia imposto il suo nome nelle mappe del nord-est, anticipando trend operativi poi imitati. Questo è il cuore della storia di “Los Zetas”: una macchina di potere nata nei ranghi “GAFE”, costruita da capi come “Guzmán Decena”, “Lazcano”, “Miguel Treviño”, “Omar Treviño”, “González Durán”, “Rejón Aguilar”, “González Pizaña” e “Morales Betancourt”, e ricordata per “Monterrey” e per la metrica spietata con cui misurava il controllo delle piazze.