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Eva Marzone non è un simbolo. È stata un fatto. Una donna che ha preso la motocicletta quando guidare era un atto di rottura, non di stile. Nel mondo del motociclismo di ieri, duro, povero, sporco, le donne potevano entrare guidando. Nel mondo di oggi, più ricco, più luccicante, più esposto, non sempre è così. All’inizio del Novecento non c’erano stand scintillanti, né ruoli preconfezionati. C’erano officine, strade rotte, mani nere d’olio. E chi stava in sella doveva saperci stare davvero. Uomini o donne, non faceva differenza: contava la competenza, non l’immagine. Piverone, Canavese. Inizio secolo. Eva – detta la Birusa – non entra nel motociclismo chiedendo spazio. Lo prende guidando. Prima donna motociclista torinese, pilota di gincane, gare di regolarità, cronoscalate e motonalpinistiche. Testimonial della Ollearo quando la parola “testimonial” non esisteva ancora. Meccanicamente competente, autonoma, rispettata. Non perché donna, ma perché all’altezza. Questa è una storia documentata. Archivi comunali, cronache sportive, riviste come Motociclismo, La Stampa, Gazzetta del Popolo. Dal Paraguay alla Torino industriale. Dalle officine Ollearo al Monviso, lungo mulattiere dove oggi si fatica anche a camminare. Eva Marzone corre quando la moto non perdona. Quando cadere significa farsi male davvero. Quando ogni chilometro va guadagnato con il corpo, con il fiato, con la testa. E allora la domanda arriva, inevitabile. Cosa penserebbe Eva guardando il motociclismo di oggi? Vedrebbe donne che corrono, che gareggiano, che conoscono la tecnica. E questo la farebbe sorridere. Ma vedrebbe anche un mondo dove spesso la motocicletta è diventata pretesto, e la donna ornamento. Volti chiamati per attirare sguardi, non per raccontare strada, fatica, rischio. Eva non era contro la femminilità. Era contro la scorciatoia. Contro l’idea che per stare nel mondo dei motori una donna dovesse mostrarsi invece di guidare. Lei c’era entrata con le ginocchia strette al serbatoio. Con il polso. Con la competenza. Questo video non è nostalgia. È memoria attiva. Serve a ricordare che il motociclismo non nasce come spettacolo, ma come atto di presenza. E che la vera autorevolezza, oggi come allora, non viene dallo sguardo in camera, ma dalla strada. 🔎 ARGOMENTI TRATTATI NEL VIDEO Eva Marzone “la Birusa” Storia delle donne nel motociclismo Ollearo Moto Torino Motociclismo italiano anni ’20 e ’30 Gincane, gare di regolarità e cronoscalate Motoscalata del Monviso Donne e motori: storia, tecnica, cultura Motociclismo piemontese storico 🏍️ PERCHÉ QUESTO RACCONTO CONTA Perché la motocicletta non è sempre stata intrattenimento. È stata lavoro, sfida, presa di posizione. E alcune donne lo hanno capito prima di tutti. Se questo racconto ti parla, lascia un commento, condividilo, iscriviti al canale. La memoria, se non circola, si spegne.