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Il Dottor Daniele Bissacco, specialista in chirurgia vascolare si occupo di angiologia con particolare riferimento alle malattie flebologiche, quindi venose, degli arti inferiori. Oggi parliamo di varici degli arti inferiori quindi clinica, diagnosi e tipi di trattamento. Le vene varicose sono una patologia molto comune nella popolazione generale e sono caratterizzate da una dilatazione patologica irreversibile tipicamente delle vene del circolo superficiale degli arti inferiori. I fattori di rischio per le varici possono essere divisi in due grossi gruppi: quelli ereditari e quelli reversibili. Tra i primi spicca sicuramente una predisposizione genetica, che però è responsabile solo in minima parte della patologia. Fattori di rischio, invece, reversibili (o acquisiti) comprendono obesità o un aumento del peso corporeo, una vita sedentaria oppure lavori a rischio in cui si sta tanto in piedi, o seduti, o comunque nella stessa posizione. A questi vanno aggiunti problemi o difetti nella postura e nell’appoggio plantare e la gravidanza. L’indicazione terapeutica si basa essenzialmente su tre criteri: Il primo è quello dei sintomi: le varici possono dare dei sintomi come senso di pesantezza, senso di gonfiore, bruciore o formicolio all’arto o agli arti interessati. Un altro criterio si basa sulla clinica, ovvero presenza di varici evidenti in uno più distretti degli arti inferiori. Il terzo criterio, invece, è quello strumentale ed è basato sull’esame ecocolordoppler, che è un esame essenziale sia per la diagnosi sia per impostare il tipo di trattamento più adeguato ad ogni singolo paziente. La storia naturale della patologia varicosa è molto variabile: ci sono pazienti che restano per anni con delle varici che non destano particolare significato clinico, altri invece che sviluppano trombosi e ulcere agli arti inferiori, una patologia molto pericolosa (e soprattutto debilitante) per la qualità di vita del paziente. Le complicanze della malattia varicosa possono essere diverse: possiamo avere un sanguinamento di varice, che è un sanguinamento molto copioso e che può spaventare il paziente, a trombosi venose superficiali o, molto più raramente, trombosi venose profonde. Queste trombosi sono una patologia che può diventare grave e molto debilitante perché è molto dolorosa e che necessita di una terapia anticoagulante per mesi. Non esiste una tecnica migliore, in generale, per trattare la patologia varicosa poiché ogni paziente a seconda dell’entità e della gravità della patologia può trovare beneficio da una tecnica piuttosto che da un'altra. È molto importante capire, con l'esame ecocolordoppler, se la vena grande o piccola safena è interessata da patologia ovvero è interessata da reflusso. In questo caso le tecniche proposte sono essenzialmente di due tipi: endovascolare o chirurgica. Le prime, come per esempio laser o radiofrequenza, prevedono l'ablazione interna della safena; attraverso un cateterismo selettivo della safena (quindi senza tagli) viene bruciata la safena dall’interno. Delle tecniche chirurgiche, invece, anche definite classiche, prevedono un taglio all’inguine, dove inizia la vena grande safena, e un taglio sulla gamba e la asportazione fisica del tratto safenico malato. Le tecniche endovascolari, ormai apparse sulla scena mondiale da circa vent'anni, sono sicuramente migliori di quelle chirurgiche. È bene precisare che, il loro vantaggio, non si vede tanto nel lungo periodo, poiché le vene ritornano in percentuali molto simili sia che se vengono trattate con tecniche più classico- chirurgiche sia che vengano trattate con tecniche endovascolari. Il beneficio, invece, si ha nel breve periodo poiché con le tecniche endovascolari il paziente può benissimo entrare in ospedale al mattino e uscire poche ore dopo; queste tecniche prevedono un'anestesia che, al massimo, è un'anestesia di tipo locale o tumescente, e non prevedono tagli o incisioni per l’asportazione del tratto safenico. Le varici cosiddette recidive possono tornare in due modi: o nell'area in cui sono già state trattate oppure come evoluzione naturale della patologia. Anche in questo caso è bene premettere che, nel momento in cui si interviene sulle varici, non si guarisce dalla malattia varicosa, che è una malattia comunque cronica e che va avanti nel tempo. Con l'intervento si tolgono solo le varici più clinicamente evidenti. Le percentuali in letteratura scientifica di tassi di varici recidive sono molto variabili con punte fino al 60% dei casi a 5 anni. È importante, per evitare che tornino, seguire un programma di controlli seriato (all'incirca una volta all'anno) per vedere se le varici stanno tornando e per prevenirne la loro comparsa. È importante, anche dopo l'intervento, mantenere un elasto-compressione con calze graduate e osservare dei semplici consigli giornalieri proprio per evitare la loro ricomparsa.