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Mesciu Placido Danieli, nato nel 1935 da una famiglia contadina, è cresciuto nella povertà del periodo fascista, in un contesto duro ma regolato da principi di disciplina e rispetto che ancora oggi rimpiange. Affidato da bambino a una “mescia”, iniziò a lavorare già a sei anni come apprendista barbiere, imparando presto il valore del sacrificio, del denaro e del maestro come guida morale e professionale. Dotato di naturale talento e grande curiosità, a otto anni sapeva già fare la barba da solo e si interrogava sui meccanismi della crescita dei capelli. Nel dopoguerra molti barbieri lasciarono le botteghe per altri impieghi; anche Placido maturò il sogno di partire per Milano, simbolo di riscatto e opportunità. Grazie a conoscenze familiari, riuscì a trasferirsi e a lavorare prima in una barberia, poi nel prestigioso salone dei Maglione, dove entrò in contatto con un approccio moderno e scientifico all’estetica, arricchito dagli insegnamenti di un futuro dermatologo. Dopo una breve e infelice parentesi romana e un incidente che lo costrinse a rientrare al Sud, Placido tornò a Galatone nel 1957. Trovò un ambiente fermo e competitivo sul prezzo, ma portò un metodo nuovo: lavoro su appuntamento, centralità della qualità e studio continuo. Tra i collaboratori avuti nel suo salone, quello che ricorda con più affetto è Tonio Lerario. Il suo unico rammarico è non averlo avuto come discepolo subito dopo Milano: insieme avrebbero potuto realizzare a Galatone una vera Maison dell’Estetica. Fuori onda mi confesserà poi la stima e l’affetto che ha avuto anche per un collaboratore più giovane passato dal suo salone: Giorgio Marcuccio. Anche di Giorgio conserva un bel ricordo e un’alta considerazione professionale. Collaborando con un biologo, analizzò i cosmetici al microscopio e introdusse prodotti innovativi, in particolare quelli della Biosthétique di Parigi, diventando un punto di riferimento per la cura di capelli e pelle, per uomini e donne. Fu anche docente alla Scuola per Parrucchieri di Lecce e formatore di giovani talenti, tra cui Tonio Lerario, che ricorda con grande affetto. Con nostalgia guarda alla scomparsa dell’artigianato tradizionale, penalizzato da nuove normative e dal venir meno della formazione di bottega. Placido rifarebbe tutto senza rimpianti, con un solo rammarico: non essere riuscito a trasmettere pienamente il patrimonio di conoscenze accumulato. Il suo augurio è che l’artigianato italiano continui a puntare su studio, qualità, cooperazione e identità, unica strada per restare un’eccellenza.