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A San Sperate, all'inizio del Novecento, non vi era un largo uso di gioielli tradizionali, i pochi oggetti preziosi arrivavano nelle famiglie in occasione delle ricorrenze come, per esempio, battesimi, ma erano comunque oggetti di poco valore. Vi erano dei gioielli che venivano donati ai bambini, come sa sabègia, in quanto si credeva avessero il potere di difendere dal malocchio. Questi amuleti montavano una pietra di giavazzo o d'onice, simbolo dell'occhio buono contro quello cattivo. Alle bambine venivano regalati dei piccoli orecchini, per poter praticare il foro; la nonna (madrina) era quella che di solito regalava gli orecchini più belli, spesso in oro con forma di piccole lampade antiche. L'oro di un tempo aveva un colore tendente al rosso, una lega sicuramente più povera di quella attuale, con una grossa percentuale di rame. La collana con le grosse sfere d'oro - sa cannacca a pibionis - tipica del Campidano, come del resto i bottoni, erano gioielli a uso delle famiglie più ricche del paese. Molte donne anziane portavano una spilla- fermaglio per reggere il fazzoletto sulla testa e anche una catenella - su giunchìlliu - per meglio reggere il grembiale. Questi gioielli venivano utilizzati, nei momenti di bisogno, per chiedere denaro in prestito. Ricordo alcune ragazze che portavano orecchini con pendenti di corallo, ma non ricordo avessero altra funzione che quella puramente ornamentale. I nostri santi patroni, Santa Prisca e San Sperate, indossavano pochi monili. Questo perché i paesani invocavano altri santi, in particolar modo Santa Greca di Decimomannu e Santa Vitalia di Serrenti.