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C’è una frase, attribuita a Vujadin Boškov, che più di altre racconta il tempo che stiamo vivendo: «La partita è finita solo quando l’arbitro fischia». A usarla oggi è Beatrice Venezi, chiamata a guidare la direzione artistica del Teatro La Fenice e finita al centro di una contestazione che ha travalicato il piano musicale per diventare scontro simbolico, culturale, persino politico. Il caso Fenice non riguarda soltanto una nomina. Riguarda il rapporto fra istituzioni culturali, lavoratori e visione artistica. Riguarda una domanda di fondo: chi decide l’identità di un grande teatro pubblico? Un teatro è solo un luogo di produzione musicale o è anche un’arena di rappresentanza, valori, appartenenza? Le proteste dei musicisti, manifestate con le ormai celebri spillette, sono il segno di un disagio reale. Ma quando il dissenso diventa gesto scenico permanente, rischia di spostare il baricentro: dall’arte al conflitto, dalla musica al rumore. La risposta di Venezi — ironica, spigolosa, volutamente provocatoria — ha acceso ulteriormente il dibattito. Piaccia o no, ha rotto l’ipocrisia del linguaggio ovattato che spesso circonda la cultura istituzionale. C’è chi legge in questa vicenda una Fenice “ostaggio dei sindacati”, chi invece vede una direttrice distante dal corpo vivo dell’orchestra. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. I grandi teatri europei funzionano quando esiste un equilibrio chiaro tra governance, direzione artistica e comunità dei lavoratori, non quando una delle parti pretende di dettare la linea alle altre. Nel frattempo, mentre le polemiche infuriano, Venezi fa ciò che un direttore d’orchestra sa fare: dirige. Sale sul podio del Teatro Verdi con la Carmen di Georges Bizet, una delle opere più scandalose e rivoluzionarie della storia dell’opera. Non è un dettaglio: Carmen è libertà, conflitto, rottura delle regole. Forse non poteva esserci titolo più simbolico. Il punto, allora, non è decidere chi ha torto o ragione a colpi di dichiarazioni. Il punto è restituire centralità alla musica e chiedere a tutti — direzione, orchestra, amministrazione — un salto di maturità. La Fenice non è un palco per regolamenti di conti, ma un patrimonio collettivo che appartiene a Venezia, all’Italia, all’Europa. La partita, davvero, non è ancora finita. Ma una cosa è certa: quando il sipario si alza, a parlare deve essere l’arte. Tutto il resto, se non trova misura, rischia di bruciare anche ciò che pretende di difendere. Paolo Bonafé