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Giuseppe “Pippo” Calò Palermo 30 Settembre 1931 Discendente di una famiglia legata da diverse generazioni alla mafia siciliana Nel 1949 appena diciottene venne arrestato per aver sparato alle spalle all’assassino del padre Leonardo che era in fuga tale Francesco “Ciccio” Scaletta , Pippo Calò venne arrestato per tentato omicidio mentre l’assassino fu ritrovato morto alcuni giorni dopo crivellato di colpi Nel 1954 venne affiliato alla cosca mafiosa di Porta Nuova con la benedizione di Tommaso Buscetta Da quel momento inizio a distinguersi per la sua abilità nell’aprire e gestire attività legali , bar , distributori di benzina , società per il commercio di tessuti Nel 1969 Calò venne scelto come nuovo capo della cosca di Porta Nuova in seguito alla morte per vecchiaia del boss Giuseppe Corvaia. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del boss Luciano Liggio e del suo vice Salvatore Riina: l'omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Liggio e Riina nel territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro del costruttore Luciano Cassina ordinato da Riina[2]. Nel 1974, quando venne ricostruita la "Commissione", Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le cosche di Borgo Vecchio, Palermo centro e Porta Nuova. La strategia per ottenere appalti e approvazione da parte dei politici non collaborativi fu quella dei sequestri dei famigliari dei politici , nel caso di Ciancimino dovette rinunciare perchè non ebbe il benestare dei Corleonesi che al contrario erano in ottimi rapporti con Ciancimino All'inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma. Sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, investì in beni immobiliari, commercio di opere d’arte anche attraverso molti antiquari nel centro di Roma e operò nel riciclaggio di denaro per conto delle cosche dello schieramento dei Corleonesi, legandosi alla Banda della Magliana, a frange eversive dell'Estrema destra e ad ambienti finanziari, in particolare con i faccendieri Umberto Ortolani, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni; inoltre Calò era in stretti rapporti d'amicizia con l'onorevole Francesco Cosentino. Nel primo periodo a Roma Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell'eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di Ostia-Acilia; dopo l'uccisione di Bontate, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò. Il passaggio importante fu quando Calò decise di passare definitivamente nell’ala dei Corleonesi , abbandonando anche il suo amico Stefano Bontate, inizialmente pare tenesse il piede in due scarpe ma quando entrambe le fazioni gli chiesero di prendere una posizione , opto per i Corleonesi dei capitali ma che decise di rubargli parte dei proventi sentendosi intoccabile e convinto di averne diritto In particolare Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, si avvaleva di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse a un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Calò in particolare in questo attentato perderà la vita Danilo Abbruciati colpito alla schiena dalla guardia giurata intervenuta per salvare Rosone Calvi partì per Londra, forse per tentare un'azione di ricatto dall'estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge. Fu colui che organizzo la Strage del Rapido 904 o strage di Natale avvenuto il 23 dicembre 1984 nella Grande Galleria dell'Appennino l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla stazione di Firenze Santa Maria Novella sulla carrozza nove e la detonazione gestita con una radiocomando anche se si suppone fosse collegata ad un timer poichè il radiocomando data la distanza e le aree di mancanza copertura radio poteva fallire. Ci furono 16 morti tra cui 3 bambini e 267 feriti e questo attentato ricollegabile ad altri attentati ferroviari andava inquadrato in una più ampia strategia del terrore che in quegli anni faceva da padrona. Il caso Pecorelli e il rapporto con la Banda della Magliana Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò sarebbe uno dei responsabili dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979 a Roma) per via dei suoi legami con la banda della Magliana.