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La Popolare di Bari e la Formazione Nella Banca Mediterranea, e poi nella Banca Popolare di Bari che la acquisì, non esisteva alcuna reale interazione. Le decisioni venivano prese dall’alto e imposte senza discussione, anche in presenza di consorterie interne che condizionavano la vita lavorativa. Le promozioni e gli avanzamenti di carriera avvenivano sottobanco. I superiori ripetevano che la formazione dovesse avvenire “sul campo”, ma le informazioni operative erano rigidamente controllate e il loro accesso vigilato. Si pretendeva efficienza, ma si negavano gli strumenti minimi per ottenerla. Alcuni funzionari sostenevano che “il lavoro in banca si deve rubare”, ma i colleghi erano attentissimi a impedire che ciò accadesse. Senza mai averne le prove — in un clima di omertà che impediva qualsiasi trasparenza — l’impressione era che molti attingessero le loro conoscenze, persino i codici più banali per le procedure informatiche, tramite referenti in Direzione. Il sapere, mentre si esigeva operosità e precisione, diventava un percorso a ostacoli. Anche ciò che era semplice veniva reso complesso. La conoscenza, invece di essere condivisa, diventava uno strumento di potere: un mezzo violentissimo di sottomissione psicologica e di selezione per lo sfruttamento. È doveroso prendere le distanze da ogni forma di illegalità, violenza o sopraffazione. Ma esiste un’altra zona, più ambigua e più pericolosa: quella delle pratiche formalmente legittime che producono effetti di fatto illegali. Chi tutela da queste forme di legalità distorta? La legge, per la Popolare di Bari, sta facendo il suo corso. Ma nessun procedimento potrà restituire ciò che è stato sottratto a chi ha lavorato per anni in un ambiente tossico, senza strumenti, senza voce, senza protezione. Non esiste risarcimento per il tempo vissuto nell’ombra.