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Sta facendo molto discutere la vicenda dell’aggressione del viceparroco di Stradella da parte di un gruppetto di ragazzini nell’oratorio della cittadina dell’Oltrepò. Il fatto è accaduto venerdì sera durante una festa di fine estate al campetto dietro la parrocchia a cui partecipano decine di bambini, genitori e animatori. Il gruppetto di bulli, 6 o 7 ragazzi minorenni, è entrato e ha iniziato infastidire i bambini al parco giochi a tenere comportamenti poco educati. Quando don Daniele Lottari è intervenuto invitandoli a smetterla e dicendo loro di andarsene, una delle ragazzine lo avrebbe aggredito insultandolo e spintonandolo. Sono seguiti alcuni minuti di tensione, finché i teppisti sono stati allontanati dall’oratorio e sono arrivati i carabinieri. Nelle scorse ore 4 ragazzini tra i 15 e i 17 anni sono stati identificati e convocati in caserma. Tra di loro c’è anche la ragazzina che si sarebbe scagliata contro il prelato e che, secondo quanto emerso finora, sarebbe uno dei trascinatori di quella che qualcuno definisce baby gang e che, da mesi, crea problemi di ordine pubblico a Stradella: furtarelli, violenze e soprusi verso i coetanei. Alcuni di loro abitano in città, mentre altro vengono da paesi limitrofi o, in un caso, dall’hinterland milanese. Durante la messa di domenica, don Daniele dopo aver rassicurato i fedeli sulle sue buone condizioni di salute, ha lanciato un appello alla comunità, chiedendo di “non rispondere alla violenza con altra violenza. Se una persona sbaglia - ha spiegato il sacerdote - va corretta, punita e, se necessario, denunciata, ma mai odiata”. Il caso però continua a far discutere, soprattutto sui social network, soprattutto dopo che la notizia nel weekend è stata rilanciata dalle agenzie di stampa rimbalzando su giornali e tg nazionali, tra chi invoca il pugno di ferro per dare una lezioni al branco, chi punta il dito contro l’amministrazione comunale e le forze dell’ordine e chi, come lo psicologo stradellino Giuseppe Marino, lancia una riflessione sulle cause reali della devianza giovanile e sulla reale utilità di metodi coercitivi per combatterla, che sembrano più rattoppi e soluzioni d’emergenza per problemi molto più profondi della società.