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Nicola Cisternino Xöömij da LE VIE DEI CANTI (omaggo a Bruce Chatwin9, 1997 Per voce di basso (Nicholas Isherwood) e sistema UPIC (Xöömij 1) e per solo nastro magnetico realizzato con Sistema UPIC (Xöömij 2) “… Gli aborigeni credono che una terra non cantata sia una terra morta: se i canti vengono dimenticati, infatti, la terra ne morirà. Permettere che questo accada è il peggiore di tutti i delitti possibili “ (Bruce Chatwin) È folgorante l’idea, svelata dal viaggiatore Chatwin, che il paesaggio desertico australiano nelle sue aride modulazioni geografiche diventi, nel linguaggio mitico totemico degli aborigeni, una sorta di metapartitura sonora, poiché tutti i luoghi non hanno nome, nel senso che noi attribuiamo a questo termine, ma hanno un suono, un suono che identifica il luogo e che lega in forme indissolubili l’uomo e tutto il suo clan a quel luogo… la memoria ha poi grande la grande funzione della trasmissione e dell’abitabilità del canto; solo attraverso la sua continua trasmissione e conoscenza fra le generazioni – la sua abitabilità appunto – è possibile mantenere vivo e fertile il sacro rapporto tra l’uomo e la sua terra. Xöömij, nelle sue due versioni (voce e nastro e solo nastro), è dunque un altro canto, un canto che si articola nell’intrinseco e indissolubile rapporto tra l’articolazione linguistica e i suoni della terra che li ospita. Voci e lingue misteriose che forse di umano – nel senso di acculturazione – poco hanno, ma che si sono stratificate come fossili nella terra, nel paesaggio. Amo molto l’idea che le forme, le sagome, i paesaggi che ci appaiono innanzi – nella cruda realtà o nella stella ultima dell’immaginazione come avrebbe detto Paracelso, sono forme o archetipi formali che abbiamo dimenticato o che ancora non abbiamo imparato a leggere e che pure, da milioni di anni, sono lì davanti a noi come un sacro libro aperto. Xöömij è stato composto come primo canto della serie – che mi auguro di poter continuare in futuro – de Le Vie dei Canti nella primavera del 1997 e realizzato negli studi UPIC (Unité Polyagogique Informatique du CEMAMu) di Parigi nei quali mi è stato possibile lavorare grazie ad un invito di résidence da parte di questa prestigiosa quanto eretica istituzione musicale. “… Anche in cattività le madri pintupi raccontano ai loro bimbi, come le brave mamme di ogni paese, favole sull’origine degli animali: ‘Come all’echidna vennero le spine’, ‘Perché l’emù non sa volare’, ‘Perché il corvo è così nero’. E come Kipling illustrò le sue Just So Stories con disegno di suo pugno, così la madre aborigena traccia sulla sabbia disegni che illustrano gli itinerari degli eroi del Tempo del Sogno. La Madre racconta la storia con un chiacchiericcio monotono e spezzettato, e intanto segue le ‘orme’ degli Antenati: muove l’indice e il medio, l’uno dopo l’altro, formando nel terreno una doppia fila di puntini. Poi cancella ogni scena con il palmo della mano e, alla fine, disegna un cerchio con un trattino che lo attraversa – una specie di Q maiuscola che indica il punto in cui l’Antenato, sfinito dalle fatiche della Creazione, è tronato ‘dentro’. I disegni nella sabbia fatti per i bambini sono soltanto bozzetti o ‘libere interpretazioni’ dei veri disegni, raffiguranti i veri Antenati, che si fanno solo durante le cerimonie segrete e ce solo gli iniziati possono vedere. Tuttavia, è tramite i ‘bozzetti’ che i giovani imparano a orientarsi nella loro terra, nella sua mitologia e nelle sue risorse. Alcuni anni fa, quando la violenza e l’alcolismo minacciavano di dilagare, un consigliere bianco ebbe l’idea di fornire ai Pintupi pennelli e colori per invogliarli a trasferire i loro Sogni sulla tela. Dall’oggi al domani nacque una scuola australiana di pittura astratta” (Bruce Chatwin, Le vie dei canti)