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Rosa Feola osannata e apprezzato René Barbera: 10 minuti di applausi Guarda il video su Corriere: https://video.corrieredelmezzogiorno.... Il canto e la musica sono stati i punti forza della riproposizione di «Lucia di Lammermoor», capolavoro di Donizetti composto su libretto di Cammarano per il San Carlo nel 1835, da ipotesto di Walter Scott in scena al Teatro di San Carlo, con Francesco Lanzillotta ispiratamente sul podio. Protagonista applauditissima è stata Rosa Feola, quasi debuttante nell’impervio ruolo, dopo dieci anni di approfondimento e, aggiungiamo, di meritati riconoscimenti. «La grande Renata Scotto mi spiegò, convincendomi, che Lucia non è folle, ma fragile e compie un percorso che in questa messa in scena è evidenziato dal colore degli abiti che indossa e che esprimono stati d’animo e sentimenti, fino al nero – ha affermato la cantante campana - Quando il dolore della realtà le diviene insopportabile, si dissocia, devia da essa». Fedele alla propria idea che l’opera sia principalmente canto, il regista Gianni Amelio affermava: «In questa Lucia i cantanti si guardano poco tra di loro: sono rivolti verso il pubblico – e ancora a proposito della follia della protagonista – La prima notte di nozze Lucia uccide il marito, ma agisce secondo ragione e trova una via di consolazione». Rosa Feola, grande e sensibile professionista, entra in sintonia con la regia: «...con minime interazioni tra i personaggi in scena e agli interpreti spetta il compito di trasferire emozioni dalla loro mente a quelle del pubblico, raggiungendone i cuori». La scena della follia, in abito di colore funebre, non bianco secondo libretto e tradizione, Feola regala un’interpretazione belcantista e più mediterranea che scozzese così si impossessa del cuore del pubblico. «La sposa di Lammermoor – spiega Mangini Sorrentino che ha ripreso la regia di Amelio - è costretta ad obbedire alle regole del suo tempo e ad adottare le uniche vie di fuga consentite ad una donna del XVI secolo: piegarsi al volere maschile o darsi morte. Anche in questo il melodramma oggi ha ancora un valore sociale, nel mostrarci eroine che pongono lo spettatore di fronte costrizioni e violenze che un mondo che voglia dirsi civile non può più tollerare. Questo vale nelle teocrazie come tra le mura del progredito Occidente». Non è al debutto nel titolo il maestro Francesco Lanzillotta: «Sì, ho già diretto «Lucia di Lammermoor», ma questa è una versione integrale, come Donizetti ha lasciato alla partitura e anche con un certosino lavoro su cabalette e variazioni, avendo cura di rispettare le riproposizioni strumentali dei virtuosismi vocali. L’aspetto rivoluzionario di questo capolavoro – conclude il direttore d’orchestra – è di presentare su un impianto formale classico, un’azione drammaturgica che si mette alle spalle l’illuminismo e affida alla parola cantata la missione di tramite tra dramma scenico e pubblico». Tra amore e morte, come tutta l’opera, è il personaggio di Edgardo, cui presta voce e presenza il tenore René Barbera, senza inseguire o arrampicarsi verso eroismi, ma con la pienezza che doveva essere propria del primo interprete, Duprez. «Tombe degli avi miei» e «Tu, che a Dio spiegar l’ali» hanno commosso molti del pubblico. Mattia Olivieri è ben consapevole che il baritono verdiano sia di là da venire e dà vita a un Enrico giovane adulto, con le paure e le incertezze proprie dell’età del personaggio e che ricorre alla finzione e all’inganno per indurre sensi di colpa nell’ animo della sorella. Vocalità chiara e convincente in fraseggi belcantistici. Lodevole il Raimondo di Alexander Kopeczi per profondità e linea di canto. L’Orchestra va abituandoci, persino quando ben condotta come in questa circostanza, a prove senza lode né infamia, in cui stavolta si pongono in pregevole evidenza i due strumenti della follia: l’arpa di Elena Vallebona e la glassarmonica di Sascha Reckert. Le lodi sono meritate dal Coro diretto da Fabrizio Cassi e dal Balletto, bene inserito, diretto da Renato Zanella. Hanno ben completato il cast Sun Tianxuefei (Arturo), Sayumi Kaneko (Alisa) e soprattutto Francesco Domenico (Normanno). Sempre goticamente affascinanti le scene di Nicola Rubertelli sotto le luci di Pasquale Mari riprese da Gianni Bertoli; i costumi sono delle Sartorie del Teatro di San Carlo. A parte la qualità degli interpreti, applauditi per oltre dieci minuti alla prima, resta la interessante opportunità offerta al pubblico di assistere ad una versione integrale dell’opera, con tutti i tagli aperti, i che ha reso lo spettacolo di molti minuti più lungo, senza che si accusasse stanchezza e tanto meno noia. (Dario Ascoli)