У нас вы можете посмотреть бесплатно E. Severino - “Il settimo sigillo” di Bergman или скачать в максимальном доступном качестве, видео которое было загружено на ютуб. Для загрузки выберите вариант из формы ниже:
Если кнопки скачивания не
загрузились
НАЖМИТЕ ЗДЕСЬ или обновите страницу
Если возникают проблемы со скачиванием видео, пожалуйста напишите в поддержку по адресу внизу
страницы.
Спасибо за использование сервиса ClipSaver.ru
C’è un momento, guardando certi film di Ingmar Bergman, in cui non si ha più l’impressione di assistere a una storia, ma di essere interrogati. Interrogati su Dio, sulla morte, sulla fede, e soprattutto su ciò che resta quando Dio tace. Il tempo degli ultimi secoli è il tempo della morte di Dio, e il cinema di Bergman, più di ogni altro, è capace di sondare questa lontananza dal divino. Il Dio cristiano è l’oggetto della ricerca del cavaliere Antonius Block nel film Il settimo sigillo. Egli non si accontenta della semplice fede, ma vuole conoscere, vuole “toccare Dio” per riuscire a liberarsi della propria finitezza e mortalità, per non soffrire più la paura, il dolore e l’angoscia. «Io vorrei sapere: senza fede, senza ipotesi. Voglio la certezza. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli… Lo chiamo e lo invoco, e se egli non risponde io penso che non esiste… Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine: nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel Nulla, senza speranza.» A questo, il cavaliere Block dispone della sola fede; ma la fede è l’argomento in base al quale le cose che non appaiono e che non sono evidenti sono assunte come se fossero cose visibili, manifeste, immediatamente evidenti. La fede dà loro — udite nel linguaggio, ma non vedute — il proprio assenso come se fossero evidenze immediate («argomento delle cose che non si vedono», dice l’apostolo Paolo nella Lettera agli Ebrei). «La fede è una pena così dolorosa! È come amare qualcuno che è lì fuori al buio e che non si mostra mai per quanto lo si invochi.» Nel finale, il cavaliere Block salva la famiglia dei saltimbanchi distraendo la morte con la partita a scacchi. Qui però si assiste ad un apparente ottimismo perché, secondo Severino, è necessario distinguere: da una parte, il contenuto dell’immagine artistica che indica la morte di Dio, la realtà della nullità di tutte le cose; dall’altra, la potenza artistica con la quale l’immagine esprime il proprio contenuto. È proprio questa potenza a essere incarnata dalla famiglia dei saltimbanchi. Questa apparente contraddizione emerge anche ne Il posto delle fragole. Il dottor Borg, come il cavaliere Block, si confronta con la morte; ma, a differenza di quest’ultimo, egli muore in pace, circondato dagli affetti, dolcemente cullato dal ricordo dei genitori, dell’infanzia e della donna amata. Non si assiste più all’incontro angoscioso con la Morte: al contrario, essa accoglie il condannato in un abbraccio quasi rasserenante. Tuttavia, anche il dottor Borg, come la famiglia dei saltimbanchi ne Il settimo sigillo, incarna non il contenuto dell’immagine filmica, ma la potenza artistica, registica con cui Bergman riesce a esprimere il trionfo della morte. L’arte può salvare l’uomo, seppur temporaneamente, proprio nel mostrare la nullità di tutte le cose. In Bergman l’arte, la tecnica cinematografica, non nega la tragicità dell’esistere, ma la rende sopportabile nella potenza stessa del racconto. Bergman, nei suoi film, mostra una profonda dualità interiore che, nel tempo, giunge a una risoluzione: inizialmente nostalgico del divino, è poi deciso nel varcare il sentiero solcato soltanto dagli uomini e non più dagli dèi. Lo stesso Bergman ha spiegato, scrivendo su Il settimo sigillo: «A quel tempo vivevo con alcuni poveri resti della mia devozione infantile, un’idea del tutto ingenua di ciò che si potrebbe chiamare la salvazione extraterrena. Nel frattempo la mia convinzione attuale aveva cominciato a manifestarsi. L’Uomo è portatore della propria Santità, che però ha luogo su questa terra, senza alcun bisogno di spiegazioni extraterrene. Nel mio film vive, dunque, un rimasuglio abbastanza privo di nevrosi di una devozione sincera e infantile, che si accorda serenamente con un aspro e razionale concetto della realtà. Il film è in definitiva una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me dall’infanzia». https://substack.com/@marcoiannotta/note/p...