У нас вы можете посмотреть бесплатно Ugo Foscolo: All'amica risanata или скачать в максимальном доступном качестве, видео которое было загружено на ютуб. Для загрузки выберите вариант из формы ниже:
Если кнопки скачивания не
загрузились
НАЖМИТЕ ЗДЕСЬ или обновите страницу
Если возникают проблемы со скачиванием видео, пожалуйста напишите в поддержку по адресу внизу
страницы.
Спасибо за использование сервиса ClipSaver.ru
This song is royalty-free. you can download it on: / allamica-risanata-ugo-foscolo All'amica risanata è un'ode scritta da Ugo Foscolo nel 1802 e pubblicata nel 1803 per la guarigione della contessa milanese Antonietta Fagnani Arese. L'ode è composta da sedici strofe, di sei versi ciascuna, cinque settenari e un endecasillabo. Lo schema rimico è abacdd. In quest'ode il poeta parla della vanità di una bellissima donna che organizzava feste e invitava artisti e letterati nella famosa Villa Litta di Lainate; purtroppo si ammalò e non riuscì più a partecipare agli incontri, per problemi sia fisici sia mentali, scossa dalla malattia. Come il pianeta Venere si alza brillante a far fuggire le tenebre, così l'amica si alza, guarita, dal letto e in lei rinasce quella bellezza che faceva trepidare. Le Ore, durante la malattia dispensatrici di medicine, le porgono ora i bei vestiti e gli ornamenti in modo che, quando ella ritornerà nei luoghi notturni, tutti la potranno ammirare come se fosse una dea. La bellezza della donna non morirà ma durerà eterna se un poeta la canterà, così come per Diana, Bellona e Venere, donne mortali che il canto dei poeti rese immortali. Foscolo, che è nato in quel mare dove regnò Venere e dove era lo spirito senza speranza di Saffo, trasporterà nella pur severa poesia italiana i ritmi più delicati e soavi della poesia eolica (di cui Saffo fu l'esponente somma) per cantare la donna amata che sarà venerata come dea dalle donne lombarde delle generazioni future ("Le insubri nepoti", così chiamate in ragione dei Galli Insubri che abitarono la zona). ------------------------------------------------ Qual dagli antri marini L’astro più caro a Venere Co’ rugiadosi crini Fra le fuggenti tenebre Appare, e il suo vïaggio Orna col lume dell’eterno raggio. Sorgon così tue dive Membra dall’egro talamo, E in te beltà rivive, L’aurea beltate ond’ebbero Ristoro unico a’ mali Le nate a vaneggiar menti mortali. Fiorir sul caro viso Veggo la rosa; tornano I grandi occhi al sorriso Insidïando; e vegliano Per te in novelli pianti Trepide madri, e sospettose amanti. Le Ore che dianzi meste Ministre eran de’ farmachi, Oggi l’indica veste, E i monili cui gemmano Effigïati Dei Inclito studio di scalpelli achei. E i candidi coturni E gli amuleti recano Onde a’ cori notturni Te, Dea, mirando obbliano I garzoni le danze, Te principio d’affanni e di speranze. O quando l’arpa adorni E co’ novelli numeri E co’ molli contorni Delle forme che facile Bisso seconda, e intanto Fra il basso sospirar vola il tuo canto. Più periglioso; o quando Balli disegni, e l’agile Corpo all’aure fidando, Ignoti vezzi sfuggono Dai manti, e dal negletto Velo scomposto sul sommosso petto. All’agitarti, lente Cascan le trecce, nitide Per ambrosia recente, Mal fide all’aureo pettine E alla rosea ghirlanda Che or con l’alma salute April ti manda. Così ancelle d’Amore A te d’intorno volano Invidiate l’Ore; Meste le Grazie mirino Chi la beltà fugace Ti membra, e il giorno dell’eterna pace. Mortale guidatrice D’oceanine vergini, La Parrasia pendice Tenea la casta Artemide, E fea terror di cervi Lungi fischiar d’arco cidonio i nervi. Lei predicò la fama Olimpia prole; pavido Diva il mondo la chiama, E le sacrò l’Elisio Soglio, ed il certo têlo, E i monti, e il carro della luna in cielo. Are così a Bellona, Un tempo invitta amazzone, Die’ il vocale Elicona; Ella il cimiero e l’egida Or contro l’Anglia avara E le cavalle ed il furor prepara. E quella a cui di sacro Mirto te veggo cingere Devota il simolacro, Che presiede marmoreo Agli arcani tuoi lari Ove a me sol sacerdotessa appari, Regina fu; Citera E Cipro ove perpetua Odora primavera Regnò beata, e l’isole Che col selvoso dorso Rompono agli euri e al grande Ionio il corso. Ebbi in quel mar la culla, Ivi era ignudo spirito Di Faon la fanciulla, E se il notturno zeffiro Blando su i flutti spira, Suonano i liti un lamentar di lira. Ond’io, pien del nativo Aër sacro, su l’itala Grave cetra derivo Per te le corde eolie, E avrai, divina, i voti Fra gl’inni miei delle insubri nipoti.