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Per anni ci hanno raccontato che il ritiro francese dal Sahel fosse una scelta volontaria, una decisione strategica presa con dignità. Ma la realtà è molto diversa. La Francia non se n’è andata: è stata espulsa. Mali, Burkina Faso e Niger hanno rotto con Parigi, cacciato le truppe francesi, denunciato il franco CFA e aperto la porta a un nuovo attore esterno: la Russia. In questa analisi ricostruiamo come Mosca abbia riempito il vuoto lasciato dall’Occidente, attraverso società militari private, accordi minerari e protezione politica dei regimi militari. Oro, uranio, sicurezza e caos diventano strumenti geopolitici. Il Sahel non è più sotto influenza occidentale, ma non è nemmeno libero. Ha semplicemente cambiato padrone. E le conseguenze non riguardano solo l’Africa. Il Sahel è la chiave delle rotte migratorie verso l’Europa, il filtro contro il terrorismo trans-sahariano e un pilastro della sicurezza mediterranea. Con la Russia al comando, questo equilibrio cambia radicalmente. Migrazioni, instabilità e pressione politica sull’Europa non sono effetti collaterali: sono leve strategiche. Questa non è una profezia, né propaganda. È una lettura strutturale di una transizione geopolitica già in corso. Se l’Occidente perde il Sahel, l’Europa – e l’Italia in particolare – ne pagheranno il prezzo.