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"Femmina incatenata" è un film costruito su opposti metafisici irrisolvibili: Materia e Spirito, Corpo e Anima, Passione e Ragione. Al centro, la bella figura di Idla Flamini, studentessa d'Arte di belle speranze, incapace di dirimere questi conflitti quando attraversano la sua giovane esistenza. Per un melodramma popolare tipico del periodo, il soggetto rappresentato implica una costruzione registica e fotografica sorprendentemente complessa: belle inquadrature tra ombre e chiaroscuri, sculture reali (opera di Ferruccio Vecchi) e un lento, calibrato svolgersi del dramma fino alla sua risoluzione finale. Il regista stesso sembra consapevole che dietro la storia di uno scultore che si invaghisce della sua allieva si celino presenze ambigue, latenze capaci di turbare la morale degli spettatori del 1949. Per questo motivo, nei titoli non compare con il suo vero nome e sceglie uno pseudonimo americanizzante: G. R. Martin, ovvero Giuseppe De Martino, futuro regista teatrale di valore, intellettuale raffinato che diresse solo tre film prima di abbandonare il mezzo cinematografico. La storia è tratta da un soggetto di Gianni Bistolfi (figlio di uno scultore) e da una sceneggiatura elaborata da De Martino insieme a Leonardo De Mitri (regista e critico cinematografico). Appare dunque evidente che il contenuto "rimosso" di "Femmina incatenata" sia frutto di ponderati intenti autoriali. Tuttavia, il prodotto finale dovette assumere la forma del melodramma "strappalacrime", e ciò contribuì a decretarne lo scarso successo e la sua relegazione nel repertorio dei film di 'provincia'. Già dal titolo si coglie l’ambiguità: la parola *femmina*, negli anni Cinquanta, porta con sé connotazioni di evidente sensualità. È anche il titolo di una scultura molto osé, più volte inquadrata nel film. La nuda figura è opera della giovane artista Idla (interpretata da Lori Randi, attrice dalla breve carriera, qui al suo penultimo film), innamorata del suo maestro (Manuel Roero), il quale, a sua volta, rimane colpito dalla pura bellezza dell’allieva e finisce per allontanarsi dalla sua amante abituale (Jacqueline Plessis). Il film accenna, come si diceva, al contrasto tra Corpo e Anima, e l’Arte — quella suprema — come dichiara lo stesso Maestro scultore, dovrebbe tendere alla rappresentazione di tale dicotomia. La scultura diventa allora lo strumento ultimo per esprimerla, ed è evidente che il film si muove verso una conclusione tragica. Da ricordare, nella seconda metà del racconto, anche la buona prova attoriale di un giovane Gianni Agus, misurato e convincente nel ruolo del bravo fidanzato, incapace però di cancellare dalla mente di Idla la figura ossessiva dello "stregone-scultore", che alimenta la sua immaginazione romantica. Un buon film, quello di De Martino, ancora inedito e meritoriamente recuperato da Mediaset. Un altro perfetto esempio di cinema popolare ben recitato e ben costruito, realizzato da bravi artigiani dell’epoca. Buona visione! (FP)