У нас вы можете посмотреть бесплатно UniPadova, Emma Ruzzon si toglie la camicia nera: in molti dovrebbero sfilarsela - 13 feb. 2025 или скачать в максимальном доступном качестве, видео которое было загружено на ютуб. Для загрузки выберите вариант из формы ниже:
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L’intervento di Emma Ruzzon come Presidentessa del Consiglio delle Studentesse e degli Studenti alla 803esima inaugurazione dell'anno accademico di Unipd: “Più di otto secoli di storia sono un’eredità importante, ma otto secoli di storia non possono restare in una teca: vanno vissuti e interrogati nel presente. Provate a fare questo esercizio: vi chiedo di guardare il mio compagno di corso, che deve tornare dai suoi perché non può permettersi una stanza. Ha lavorato senza contratto, finché non l’hanno lasciato a casa. Vi chiedo di guardare Marta, che mentre butta la pasta chiede alla sua coinquilina se ha visto l’ultimo intervento di Trump sull’invasione della Groenlandia, le ultime notizie sulla guerra, i video del disastro di Valencia. Vi chiedo di guardare Alice, chiusa in stanza ogni pomeriggio, non riesce nemmeno a mangiare. Evita tutti: basta un “Come va con l’esame?” per farla crollare. Vi chiedo di guardare Karem, che non riesce a iscriversi all’Erasmus come me perché è italiano, ma non per lo Stato. Chiedetevi cosa sentireste, se un giorno voleste prestare l’orecchio a capire le nostre vite. Domandatevelo senza ipocrisie e paternalismi: chiedetevelo voi perché noi lo sappiamo, è la nostra quotidianità. Cara Accademia, care istituzioni: le mura dell’Università devono custodire il confronto, non delimitare un privilegio modellato sul mercato del lavoro. Falliscono il loro compito se lasciate che diventino ostacolo alla vista per ciò che avviene al di fuori. Non rendetele catene che ci impediscono di rivederci nelle nostre fragilità: contrastate con forza i tentativi di inaridire il senso di questo luogo e chi continua a volere una corsa all’eccellenza dove fermarsi non è mai permesso e l’indifferenza è normalità, anche quando qualcuno accanto a noi sta male, anche davanti alle ingiustizie. La nostra Università, come tutte, è chiamata a comprendere le proprie responsabilità: le scelte scellerate di chi ora ci governa devono incontrare un argine che impedisca loro di compromettere quella che sappiamo essere un’idea condivisa: la libertà attraverso il sapere. Ci aspettiamo che l’Università di Padova tenga vivo quell’ardore che l’ha storicamente distinta, contrastando i tentativi di limitare la libertà di insegnamento e di indebolire l’università stessa, così come ci aspettiamo che si esprima di fronte a questo nuovo slancio che vorrebbe il controllo di docenti, studenti e lavoratori da parte dei servizi segreti. Il sapere non può essere un privilegio: il nostro ateneo può decidere di riconoscerlo e fare una scelta, quella di sostenere i suoi studenti, ricercatori, dottorandi e lavoratori precari. (...) La storia che studiamo ci ricorda che quest’anno ricorrono otto decenni dalla liberazione dal nazifascismo. Ma anche oggi è storia, e sta a noi decidere come vogliamo venga ricordata otto decenni da ora. La storia di oggi è anche quella dei quindici mesi del genocidio del popolo palestinese, davanti a cui ci avete intimato di fare silenzio perché schierarsi non va bene nemmeno di fronte ad un massacro cui assistiamo in diretta, e alle proposte inumane di deportazione di massa. C’è chi ci taccia di sensazionalismo, di infantilismo addirittura, quando esprimiamo timore dinnanzi ai semi di guerra e di odio che vediamo in tutto il mondo, come in Italia. E invece sappiamo, proprio per gli strumenti che la nostra storia ci ha affidato, che il fascismo non è stato solo quello dell’olio di ricino e delle leggi razziali. Controllo dell’informazione e dei corpi delle persone, libertà garantita solo per alcuni, un approccio alla violenza che si prova a nascondere sotto il tappeto ma che ritorna, per esempio, nei pestaggi in strada o davanti alle scuole superiori, l’ultimo di pochi giorni fa a Vicenza. La storia ci insegna a leggere i segnali, anche quando si presentano in modo diverso, ma se qualcuno non vuole proprio coglierli, davvero è necessario vedere le camicie nere in giro? Oggi ho questa perché l’occasione richiede formalità, ma se proprio serve parlare il linguaggio dei simboli facciamo che me la tolgo: credo che molti, in questo Paese, dovrebbero sfilarsela per davvero. Nel dubbio, io me la tolgo, senza paura di dire che molti in questo Paese dovrebbero fare lo stesso. Vorrei concludere questo mio intervento rivolgendomi alla mia generazione. Sdraiati, cinici, pigri, fragili, senza prospettive. Ce lo sentiamo ripetere così spesso che forse abbiamo iniziato a crederci: non arrendiamoci a definizioni assegnateci da altri. So che possiamo farlo, perché vedo l’indignazione negli occhi di chi mi circonda, prima ancora della paura. Piuttosto, possiamo partire da quanto, decenni fa, era stato indicato ad altri come noi: istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci”. La trascrizione più completa, qui: https://www.articolo21.org/2025/02/un...