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Francesco Xaverio Geminiani (1687, Lucca - 1741, Dublino) Concerto III, Concerti Grossi con Due Violini, Viola e Violoncello […], Opera Terza (Prima edizione Londra, 1732; presentati secondo la seconda edizione: Londra, 1757) Grave – Allegro, Adagio – Andante – Allegro Registrazione Live, 1 Febbraio 2020, San Calimero, Milano Gli Adriarmonici Enrico Mazzuca, Violino I e concertazione - Valentina Ghirardani, Violino II Erika Lo Mele, viola Teresa Majno, Violoncello Giuseppe Barbareschi, Contrabbasso – Sofia Ferri, Tiorba Adriana Armaroli, Clavicembalo – Fabio Mancini, Organo positivo Il mito e il valore di modello della musica di Corelli fu coltivato durante tutta la prima metà del ‘700, affacciandosi fino alle soglie del Classicismo grazie soprattutto alle opere dei suoi numerosi allievi e delle loro scuole: Valentini, Visconti (maestro di Tartini e Zuccari), Somis (maestro di Viotti e Leclair), Haym, Geminiani. Geminiani appunto, nato a Lucca e formatosi a Roma sotto la guida di Corelli, Lonatir e Scarlatti, fu stimatissimo virtuoso di violino. Figura piuttosto trascurata ai giorni nostri, fu invece molto apprezzato dai suoi contemporanei per le sue molteplici attitudini musicali, nelle quali si distinse sempre ai massimi livelli, sia come compositore, che violinista, che pedagogo e teorico. Già la sua prima opera, le 12 Sonate per violino, op. 1 del 1716 « ebbero un tale effetto, che la gente prese a chiedersi, senza poter risolvere il dilemma, quale fosse la qualità in cui Geminiani raggiungeva le vette dell'eccellenza: la sua finezza come esecutore, la sua abilità tecnica, oppure il buon gusto del suo stile, nelle sue composizioni ». Dopo aver trascritto in forma di concerto grosso alcune sonate dell’op. 5 del suo maestro Corelli, Geminiani giunse al culmine della sua fama con la pubblicazione di due raccolte di Concerti Grossi, l'op.2 e op.3, entrambe del 1732. Il critico Charles Burney, che non aveva grande stima del lucchese, riconobbe tuttavia che i concerti op. III « affermarono le sue caratteristiche, e lo posero alla testa di tutti i maestri allora viventi, in questo genere di composizioni ». Hawkins, appassionato sostenitore di Geminiani, lo definì come "uno dei musicisti più eccellenti apparsi in questi ultimi anni"; Jonh Morgan, compositore di una certa fama nell'Inghilterra dell'epoca, affermò: « io non credo ciecamente in nessun altra divinità »; e per Charles Avison Geminiani era « il massimo faro della musica strumentale ». Il successo dell’op.3 fu tale da meritare molte ristampe e una riedizione postuma del 1755, alla quale Geminiani aveva lavorato prima di morire con una sostanziale revisione. L’Adagio iniziale dal tono declamatorio e dalle armonie tenebrose prepara un fugato elaborato in cui il tema cromatico, enunciato a turno da tutti gli strumenti, apre uno squarcio all’interno di un intrecciarsi di incisi ritmici e melodici che costruiscono un’atmosfera cupa e vivace al tempo stesso, generando un brano sicuramente inusuale e stravagante come nell’indole di Geminiani ma che dà prova anche della sua straordinaria capacità di maneggiare armonie e l’arte del contrappunto. Ben si addice a questo fugato la definizione di “laboured, difficult and fantastical” data da Burney. Il terzo tempo si apre con una Pastorale che prelude ad una progressione armonica dal forte impatto emotivo prima dell’ultimo tempo dal carattere brioso e vivace, quasi vivaldiano, ma in cui Geminiani dà ancora prova del suo gusto per gli effetti armonici e le coloriture dinamiche.