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Chi fra noi ha qualche capello grigio ricorda sicuramente il terribile terremoto del 23 novembre del 1980. Un terremoto che distrusse un’intera area abitata, causando un ingente numero di vittime. Il centro abitato più colpito fu Conza della Campania, completamente raso al suolo. Del paese oggi restano soltanto macerie e più nessuno ad abitarci, preferendo un luogo più sicuro che è il nuovo paesino di Conza della Campania. La vecchia Compsa, se vogliamo usare l’antico nome latino, non ha più niente del borgo che era fino al 1980, ma mostra le vestigia dell’epoca romana e medievale, ciò che si è salvato dagli altri terremoti di cui è stata vittima.Girando per le sue vie silenziose e abbandonate possiamo sentire nelle nostre orecchie le urla dei generali romani che organizzano le truppe, mentre l’esercito di Annibale si fa sempre più vicino, e lo strazio dei romani quando gliela dovettero cedere a malincuore. Possiamo sentire anche il discorso vittorioso di Quinto Fabio Massimo quando riuscì a riconquistarla. Echeggia ancora quell’aura leggendaria che si respira tra le pagine del De Bello Gallico, in cui viene citata, e la sua fedeltà a Giulio Cesare in un periodo di guerre fratricide per il potere.Dai muri crollati degli edifici risuonano i pianti e la disperazione di quando i longobardi conquistarono il borgo e lo fecero loro, a scapito di una cultura secolare. Emerge anche l’orgoglio che deriva dalla nomina di Compsa a sede arcivescovile, un vanto durante il Medioevo. Respiriamo l’aria della dominazione longobarda, e potremmo quasi scorgere le dame della famiglia Gesualdo, conti di Compsa, vestite in ricchi abiti recarsi alla messa nella cattedrale.