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Nei primi anni Settanta, tra Torino e la Valle dell'Orco, si sviluppa un singolarissimo movimento di trasgressione che deriva dalle rivolte studentesche i suoi riferimenti culturali, ma alle piazze preferisce le montagne. Gli esponenti del rinnovamento alpinistico sono guidati da Gian Piero Motti, giovane colto e geniale, ottimo scalatore e autore della più importante Storia dell'alpinismo in lingua italiana. I nuovi arrampicatori vogliono spazzar via i retaggi del vecchio alpinismo eroico ancora attaccati alla tradizione piemontese: per esempio il rito della vetta, e con esso il bagaglio di croci e di morti connesso alla simbologia sacrificale dell'ascensione; oppure l'immagine dell'alpinista duro e puro, che spesso nella vita reale corrisponde a persone irrealizzate e insicure: «Ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini -- scrive Motti in un articolo dal titolo forte: I falliti -- che avevano trovato nell'alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che avevano dato e che danno caparbiamente tutto se stessi alla montagna, con l'illusione di trovare un'affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita». I giovani contestatori cercano in parete il loro altrove, che è una verità complementare ma non conflittuale all'esperienza urbana. Rifiutano i vecchi pantaloni alla zuava e gli abiti grigi della festa, e provano a sostituirvi vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi sugli altipiani, giovani voci di donne, iniziazioni dai nomi simbolici: Itaca nel sole, Il cammino dei Comanches, la via della Rivoluzione. Ispirati dal mito dell'arrampicata californiana, individuano splendide pareti di gneiss a pochi minuti dalla strada della Valle dell'Orco e facendo volare la fantasia le nominano Caporal e Sergent, in risposta al leggendario Capitan della Yosemite Valley. Andrea Gobetti, uno degli arrampicatori del Nuovo Mattino, ne racconta la storia.