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Sulle verdi colline che guardano i laghi di Revine, a Fratta di Tarzo (Treviso), è apparso all’inizio di agosto un nuovo gigante di land art: il Leone Alato firmato dallo scultore Marco Martalar. Alto oltre sette metri e lungo circa dieci metri, realizzato con migliaia di pezzi di legno recuperato dalla tempesta Vaia e con tralci di vite a comporre la criniera, l’opera è pensata come simbolo di rinascita, identità e legame con il territorio. Il Leone è stato costruito a partire da oltre 3.000 frammenti di legno caduti durante la tempesta Vaia — materiale che, da detrito devastante, viene così riallacciato a una narrazione di recupero e resilienza. La scelta dei tralci di vite per la criniera stabilisce un chiaro collegamento iconografico con il paesaggio circostante: le colline del Prosecco non sono semplicemente lo sfondo, ma parte integrante del corpo dell’opera. Martalar, artista già noto per le sue sculture in legno e per il lavoro di valorizzazione della materia del bosco, ripropone qui un animale simbolo non neutro — il leone alato della Serenissima — in chiave contemporanea e “ecologica”. L’opera è stata inaugurata nei giorni del sesto anniversario del riconoscimento Unesco delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, in un evento che ha richiamato istituzioni e pubblico: erano presenti rappresentanti regionali e locali, e la cerimonia ha voluto sottolineare il valore simbolico dell’iniziativa come celebrazione del paesaggio e delle pratiche di economia circolare legate al territorio. Fin dalle prime ore l’opera ha attratto molti visitatori, con un impatto immediato sulla viabilità e sulle aree di sosta: posteggi selvaggi e congestione delle strade secondarie hanno generato richiami pubblici da parte dell’artista e delle amministrazioni locali a mantenere ordine e rispetto per l’area. L’afflusso, se da un lato è interpretato come opportunità per mettere in luce il territorio, dall’altro solleva interrogativi su gestione e infrastrutture per eventi temporanei o installazioni permanenti in aree rurali e protette. Non sono mancate invece contestazioni: gruppi ecologisti e formazioni di sinistra hanno segnalato preoccupazioni circa la collocazione dell’opera in una zona soggetta a tutele ambientali, denunciando il rischio di trasformare aree delicate in “parchi giochi” turistici e chiedendo verifiche su autorizzazioni e impatto su specie protette. Le tensioni hanno assunto registri diversi — dalla protesta amministrativa ai ricorsi formali — creando un dibattito che va oltre la sola estetica dell’opera e mette al centro il tema della governance del paesaggio. Marco Martalar, artista veneto con una produzione che intreccia scultura, land art e lavoro sul materiale ligneo, ha costruito la propria poetica intorno al recupero e alla trasformazione dei residui forestali. Il Leone si inserisce nella sua ricerca di “narrazione materiale”: l’opera parla di catastrofe meteorologica (Vaia), dell’economia rurale (la vite) e di storia simbolica (il leone della Serenissima), combinando pratiche artigianali a una scala monumentale. I canali social dell’artista documentano le fasi del lavoro e la genesi del progetto, offrendo al pubblico uno sguardo sulla costruzione artigianale e sulla logistica necessaria per assemblare un pezzo così imponente. Il caso del Leone di Tarzo evidenzia un nodo più ampio: come conciliare la vitalità creativa e la promozione culturale con la necessità di tutelare paesaggi fragili? Le amministrazioni si trovano a dover calibrare tre esigenze — tutela ambientale, promozione turistica e libertà artistica — in contesti dove infrastrutture, servizi e regolamenti possono essere messi sotto pressione da un successo improvviso. Il rischio è duplice: o la cultura diventa pretesto per sfruttamento turistico incontrollato, o la reazione conservatrice soffoca iniziative che, se ben governate, potrebbero creare valore locale. Il Leone di Martalar non è dunque soltanto una scultura scenografica: è un catalizzatore di domande — sul rapporto tra memoria e materia, sulle pratiche di recupero, sulla governance del paesaggio e sulle responsabilità delle istituzioni. Se da una parte l’opera può diventare una risorsa per far conoscere e apprezzare le colline Unesco, dall’altra impone un progetto di gestione che tenga conto dell’ambiente, della viabilità e delle comunità locali. Resta infine l’ambigua bellezza del Leone: imponente, fatto di legno che porta dentro la furia della tempesta, e in grado di far parlare — e discutere — un’intera vallata.