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Chopin - Prelude No. 16 (Presto con fuoco) Gabriele Tomasello, piano Con l'impetuoso sviluppo del pianoforte nei primi decenni dell'Ottocento, la vecchia trattatistica sul "vero modo" di suonare cembali e fortepiani fu sostituita da quella sorta di metodi già messi in pratica che erano le raccolte di Studi e Preludi ordinati in numero di 24 per tutti i toni maggiori e minori sul modello del Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach; dopo Clementi, Klengel, Hummel, Kalkbrenner, Kessler e un'infinità di altri meno noti, questa concezione musico didattica arriva nelle mani di Chopin, già predestinato alla sintesi più miracolosa di nuovo e antico dal suo culto per Bach appreso a Varsavia assieme ai primi rudimenti musicali. È quindi possibile che già nel 1831 Chopin avesse abbozzato il progetto, ma come anno decisivo per la nascita dei Ventiquattro Preludi op. 28 bisognerà considerare il 1838; in ogni caso la raccolta è finita prima del 22 gennaio 1839, anno delle prime edizioni che si seguono a ritmo serrato presso Catelin a Parigi, Breitkopf & Härtel a Lipsia, Wessel a Londra (quest'ultima nel gennaio del 1840) a testimonianza della fama universale raggiunta già in vita da Chopin; solo due altri Preludi restano fuori dall'op. 28, quello in la bemolle datato Parigi 10 luglio 1834 (n. 7, IVb, del Catalogo Kobylanska, ma non incluso da Chopin nelle sue opere) e quello in do diesis minore op. 45 composto nel 1841. È usanza molto recente presentare nei pubblici concerti l'intera op. 28 in tutti i suoi ventiquattro pezzi; Chopin non ne aveva prevista l'esecuzione integrale, ma un'intima organicità si è venuta inconsapevolmente cementando nel passaggio fra l'uno e l'altro brano come per armonia prestabilita. Sotto l'unico nome di "preludi" vivono in realtà vari registri stilistici: preludi nel senso più proprio, definito una volta per tutte dal genio critico di Schumann come «schizzi, incipit di studi, ovvero frammenti di rovine, penne d'aquila» sono tutti i brani dal primo al settimo, dal nono al dodicesimo, poi i nr. 14, 16, 18 e ancora il gruppo degli ultimi quattro: tutti monotematici, alcuni a tematismo poco evidente, implicito, come i nr. 1, 5, 14, 23, spesso con riferimenti precisi ai preludi di Bach; si possono poi riconoscere come approssimazioni stilistiche due notturni, i nr. 13 e 15, in struttura ternaria AB A, una mazurca, il nr. 7, tre studi, per l'insistenza di una formula tecnica precisa, come i nr. 8, 12 e 19; e poi, in allusioni sempre più sfumate, si può ancora dire che i nr. 9 e 20 sono dei "corali", che il nr. 17 fa pensare a uma "romanza senza parole", mentre il nr. 22 tiene qualcosa della ballata, nel senso rapinoso impiegato da Chopin negli episodi conclusivi di quelle composizioni. Così in questa mirabile raccolta, dove ogni battuta splende come una gemma, Chopin ha inventato una poetizzazione del preludio interponendo fra modelli antichi e moderni la sua ironia romantica: che si realizza nella coscienza di una perenne mobilità linguistica, di una contemporaneità di senso letterale e allusione: preludio bachiano e pezzo per pianoforte romantico scivolano uno dentro l'altro come due anelli incatenati, e lo charme aumenta per la caratteristica, tutta chopiniana, di non dare mai l'impressione di aver messo in atto tutti i mezzi possibili; una discrezione, una maschera che non fa che rendere più penetrante la forza delle sue invenzioni immortali.