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La gestazione Quer pasticciaccio fu pubblicato in rivista il 1946 (5 puntate) e 1957 (In volume) L’ambientazione e il protagonista Roma 1927 Satira del clima fascista Misterioso delitto insoluto Don Ciccio Ingravallo Il commissario-filosofo Le caratteristiche Il pastiche la polifonia linguistica Un libro fatto di voci Una babele dialettale Narratore poliglotta (Cfr. Verga) Romanzo giallo a dimensione politica Un naufragio del testo parallelo al naufragio del mondo Come se non bastasse… Smagliature nella trama (fossili precedenti stesure) Oscurità ed effetti di spaesamento per le numerose omonimie, le distorsioni dei nomi propri e la moltiplicazione degli appellativi (gli omina nomina) Cocullo: Farafilio-Farafiliopetri-Fara filiorum Petri-Farafilioro-farà figli d’oro-Filiorum-Fara-Farfilio Un’altra dichiarazione di poetica Nella mia vita di “umiliato e offeso” la narrazione mi è apparsa, talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire la MIA verità, il MIO modo di vedere, cioè: lo strumento della rivendicazione contro gli oltraggi del destino e dei suoi umani protetti: lo strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta. La parola chiave in “Quer …” è “pasticcio” I suoi sinonimi sono: Arruffio, Babele, Babilonia, Bailamme, Baraonda, Caos, Cataclisma, Confusione, Dedalo, Labirinto, Magma, Disordine, Finimondo, Garbuglio, Groppo, Groviglio, Guazzabuglio, Impiccio, Intrico, Inviluppo, Pandemonio, Meandro Il simbolo della crisi della ragione «Sosteneva [Ingravallo] che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza […] d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico “le causali, la causale” gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. […] La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di [queste] che gli eran soffiate addosso a molinello […] e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondo”». Mussolini in “Quer …” viene definito: Testa di Morto Rachitoide acromegalico Maledito Merdonio Smargiasso impestato Defecato maltonico Buce Truce in cattedra Predappiofezzo Eredoluetico Mascellone autarchico Come inizia il romanzo Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Come finisce il romanzo «Fuori il nome!» urlò don Ciccio. «La polizzia lo conosce già chesto nome. Se lo dite subbito,» la voce divenne grave, suasiva: «è tanto di guadagnato anche pe vvoi.» «Sor dottò,» ripeté la Tina a prender tempo, esitante, «come j’ ‘o posso dì, che nun so gnente?» «Anche troppo lo sai, bugiarda,» urlò Ingravallo di nuovo, grugno a grugno. Di Pietrantonio allibì. «Sputa ‘o nome, chillo ca tieni cà: o t’ ‘o farà sputare ‘o brigadiere, in caserma, a Marino: ‘o brigadiere Pestalozzi.» «No, sor dottò, no, no, nun so’ stata io!» implorò allora la ragazza, simulando, forse, e in parte godendo, una paura di dovere: quella che nu poco sbianca il visetto, e tuttavia resiste a minacce. Una vitalità splendida, in lei, a lato il moribondo autore de’ suoi giorni, che avrebbero ad essere splendidi: una fede imperterrita negli enunciati di sue carni, ch’ella pareva scagliare audacemente all’offesa, in un subito corruccio, in un cipiglio: «No, nun so’ stata io!» Il grido incredibile bloccò il furore dell’ossesso. Egli non intese, là pe llà, ciò che la sua anima era in procinto d’intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell’ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò, lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi»