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L'origine delle antiche maschere S'Urtzu e Sa Mamulada di Seui si perde nella millenaria cultura agro-pastorale sarda. I riti per cui sono nate servivano da stimolo alla natura per il suo prossimo risveglio primaverile. La funzione di questo genere di riti arcaici, che in certe caratteristiche si ripetevano in tutto il mondo e in lontanissime culture riprendendo un archetipo universale, era quella di inscenare la ciclicità della morte e rinascita della natura propiziando la fecondità della terra, delle donne e delle femmine degli animali. In origine, infatti, avevano un risvolto orgiastico che venne poi gradatamente sostituito da altre tradizioni per poter sopravvivere al lungo processo di demonizzazione cattolico di questi riti pagani. Non è un caso che le maschere cornute assomiglino all'immagine dell'iconografia classica con cui è stato rappresentato il diavolo ripresa proprio con l'opera di demonizzazione di questi riti pagani. Per molti anni a Seui si stava perdendo l'uso di riportare per le strade queste maschere antiche e il loro ricordo stava diventando sempre più flebile nella memoria delle anziane e degli anziani. Ma, dopo un lungo lavoro di studio e ricerca condotto dallo studioso Dennis Mura dal 2014 si è riusciti a riportare alla luce e valorizzare questo prezioso tesoro culturale della memoria seunese. I figuranti hanno il viso annerito dal sughero bruciato, indossano pelli di animali sull'abito tipico maschile, cingono alcune grosse cinture in cuoio, arricchite da numerosi e pesanti campanacci e portano copricapi confezionati con teste di muflone e caprone. "S'Urtzu" è rappresentato da un cinghiale e rappresenta la vittima sacrificale che viene percossa simulandone la morte, così come la natura sembra attraversare la morte apparente durante l'inverno.