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Tra 23 e 3,6 milioni di anni fa, durante il Miocene e il Pliocene, un superpredatore dominava gli oceani temperati e tropicali del pianeta: il megalodon. Con denti lunghi fino a 18 centimetri e una distribuzione fossile globale, questo gigantesco squalo occupava il vertice della catena alimentare in un mondo più caldo, con mari ricchi di nutrienti e una grande diversità di cetacei. Le stime attuali collocano la sua lunghezza tra i 15 e i 20 metri, con una massa di diverse decine di tonnellate, rendendolo uno dei più grandi predatori marini mai esistiti. La sua anatomia è stata ricostruita a partire da denti, vertebre e segni di morso su ossa fossili di balene. Gli studi biomeccanici suggeriscono una forza di morso straordinaria, capace di fratturare ossa e strappare grandi porzioni di carne. Tutto indica che la sua dieta includesse balene, delfini e altri grandi vertebrati marini, che probabilmente attaccava mediante imboscate strategiche sulle piattaforme continentali e lungo le rotte migratorie. Nonostante il suo dominio per milioni di anni, il suo record fossile è frammentario, poiché gli squali sono composti principalmente di cartilagine, lasciando importanti lacune sulla sua forma esatta e sul suo comportamento sociale. Verso la fine del Pliocene, cambiamenti climatici globali, raffreddamento degli oceani, riorganizzazione delle correnti e trasformazioni nella distribuzione delle sue prede alterarono il suo ecosistema. La competizione con nuovi predatori marini e la riduzione degli habitat caldi potrebbero aver contribuito alla sua estinzione tra circa 4 e 2,6 milioni di anni fa. Sebbene persistano miti sulla sua possibile sopravvivenza nelle profondità oceaniche, non esistono prove scientifiche a sostegno di questa ipotesi. Il megalodon rimane un simbolo della potenza evolutiva dell’oceano e un esempio di come anche i giganti più dominanti possano scomparire di fronte a cambiamenti ambientali su scala planetaria.