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Abbiamo ricostruito attraverso le testimonianze orali e i documenti d’archivio italiani e tedeschi il contesto generale della Seconda guerra mondiale in Italia e le conseguenze dello sbarco di Anzio e Nettuno del 22 gennaio 1944 sulle città di Aprilia e Cisterna, e soprattutto sulla città di Velletri, il cui centro abitato fu distrutto per l’85% e nelle cui estreme campagne meridionali si trova contrada Pratolungo, dove il 19 febbraio 1944 fu compiuta la strage. Abbiamo ricostruito, grazie soprattutto al da poco compianto Gino Bagaglini che ne fu testimone oculare, le modalità con cui fu attuata la strage e abbiamo evidenziato come l’uccisione di Artemisia Mammucari permise ai 20 rastrellati di tentare la fuga, sì che la rappresaglia tedesca riuscì soltanto a metà, poiché 10 persone riuscirono, fuggendo, a salvarsi. Né partigiani né martiri, ché i martiri non fuggono, ma persone comuni, quasi tutti contadini, travolti dalla terribile violenza della guerra in cui un Duce furbastro, cialtrone e gradasso aveva precipitato il popolo italiano, «per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo» diceva; e mentiva. Così oggi, quando un’insulsa bretella autostradale minaccia di calpestare il monumento costruito nel 1945-46 sull’argine del fosso e il monumentale cipresso che da ottanta anni lo veglia solitario, abbiamo ritenuto opportuno sintetizzare il suo ammonimento in questo canto Artemisia, con cui chiudiamo il nostro quasi ventennale lavoro sulla strage di Pratolungo. In venti ci presero allora, spingendoci armati giù al fosso; ci segue Artemisia che spesso insieme al marito lavora. Da dietro un olivo li vede svuotarci le tasche e capisce: “T’ammazzeno!” strilla ed ardisce mostrarsi e un tedesco la uccide. Cercammo perciò di scappare, saltando nel fosso e correndo, ma il piombo tedesco tremendo in dieci ci seppe ammazzare. Cessate d’ucciderci ancora: lasciateci il verde cipresso, che veglia perenne sul sasso, che i morti ricorda ed onora.