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Qualche giorno fa avevo scritto un’analisi sulla nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale della Fenice. Una nomina che, nella visione del presidente Brugnaro e del consiglio di indirizzo, rappresentava una scelta di rottura e trasformazione: una donna giovane, con visibilità internazionale, capace di portare energia comunicativa e nuovi pubblici dentro un teatro che è patrimonio della città e del Paese. Elencavo allora i possibili punti di forza: la carriera accelerata, la capacità di divulgazione, l’impatto mediatico, il segnale di parità di genere in un settore dominato ancora da figure maschili, i riconoscimenti già ricevuti. Ma anche le criticità: l’esperienza limitata nel repertorio operistico, i dubbi di parte della critica, la mancanza di confronto con orchestra e personale nella procedura di nomina, il peso del paragone con direttori di statura internazionale che hanno fatto la storia della Fenice. Quelle criticità, oggi, non sono più ipotesi: sono diventate conflitto aperto. Gli orchestrali, con una lettera durissima, hanno chiesto al sovrintendente Colabianchi di revocare l’incarico. «Non garantisce né qualità né prestigio internazionale», scrivono, ricordando che Venezi non ha mai diretto un’opera né un concerto sinfonico in cartellone alla Fenice. Non solo: denunciano la rottura di un patto di fiducia con la direzione del teatro, aggravata dalla mancanza di trasparenza nella scelta. Colabianchi ha difeso la nomina come investimento sul futuro: «Giovane, donna, visibilità internazionale, attrazione di sponsor». Ma a distanza di appena 24 ore dall’annuncio si sono già registrate disdette di abbonati storici. Segnale che il rischio di danno economico e, soprattutto, di immagine è reale. Siamo davanti a due visioni che si scontrano: da un lato, quella che vede nella nomina un’operazione di modernizzazione e di marketing culturale; dall’altro, quella che difende il primato della competenza tecnica, dell’autorevolezza artistica e del dialogo interno. Il rischio, ora, è che la Fenice diventi campo di battaglia permanente, tra scioperi, proteste e disaffezione del pubblico. Con un danno che travalica la figura di Venezi o di Colabianchi e mette in discussione la reputazione internazionale del teatro stesso. La Tragica di Mahler, che l’orchestra eseguirà domani, sembra diventare metafora di questa fase: una lotta contro il destino, carica di tensione. Ma qui il destino non è scritto: la Fenice dovrà decidere se questo passaggio sarà ricordato come l’occasione mancata di una rinascita o come il punto di rottura che ha messo a rischio la sua identità. Paolo Bonafé