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Paesi fantasma Ci sono paesi che non fanno rumore. Restano lì, come animali feriti che non vogliono farsi vedere. Le case tengono ancora il fiato, ma le finestre hanno smesso di aspettare. Le strade non portano più da nessuna parte: si arrotolano su sé stesse, come se anche l’asfalto avesse deciso di restare solo. Nelle sere d’inverno il vento passa tra i vicoli and sembra chiamare qualcuno per nome, ma nessuno risponde. È un vento che conosce le storie, che sa chi è partito e chi è rimasto, chi ha resistito per amore o per mancanza di alternative. C’è un ragazzo che scende ogni mattina la stessa salita, con le mani in tasca e gli occhi che guardano lontano. Non sa se quel lontano è un sogno o una condanna. A volte pensa che la sua vita sia un eco: qualcosa che rimbalza tra i muri vuoti e non trova mai un posto dove fermarsi. C’è una ragazza che si specchia nel vetro di un negozio chiuso. È bella, forse intelligente, forse solo stanca. Si chiede come sarebbe vivere in un luogo dove i treni passano davvero, dove le scuole non sono promesse, dove non devi chiedere scusa per avere bisogno di qualcosa. Poi sorride, senza motivo, come fanno quelli che hanno imparato a non aspettarsi niente e proprio per questo sanno ancora stupirsi. I paesi fantasma non sono morti: sono sospesi. Sono un respiro trattenuto da decenni, da un terremoto che ha spostato le pietre e le vite, da scelte politiche che hanno guardato altrove, da un’Italia che si è dimenticata dei suoi margini come si dimentica una vecchia fotografia in un cassetto. Eppure, in mezzo a tutto questo, ci sono gesti che tengono accesa una piccola brace. Un gruppo di ragazzi che gioca a pallavolo e fa spazio a chi è più fragile, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Una madre che accompagna il figlio lontano per una visita e torna a casa con la schiena rotta ma il cuore intero. Un anziano che spazza davanti all’uscio, come se stesse scacciando il silenzio. Sono luoghi che chiedono attenzione senza gridare, che parlano con la voce delle pietre, con il silenzio delle stazioni chiuse, con la dignità di chi resta. E forse è proprio questo il loro mistero: nonostante tutto, continuano a esistere. Continuano a chiamare. Continuano a chiedere di essere visti, come fantasmi che non vogliono spaventare nessuno, ma solo ricordare che anche loro sono stati vivi, e potrebbero tornare a esserlo.