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12PORTE - 24 aprile 2025: Una sala adorna, al piano superiore, nel cuore della città di Gerusalemme. La Messa in Cena Domini, riporta non solo la memoria ma anche l’Oggi della Chiesa al Cenacolo. È il luogo dove Cristo rivelò l’estremo del suo amore. Il luogo dove si incrociano il dono dell’eucaristia unito indissolubilmente al gesto potente della lavanda dei piedi, con l’amarezza tristissima del tradimento e del rinnegamento di Giuda. “Siamo in quella stanza di piena comunione, - ha detto il Cardinale Zuppi all’omelia - nella quale lo scambio tra divino e umano è pieno: il dono pieno di sé, presenza nella provvisorietà drammatica della nostra vita. Siamo e diventiamo intorno a Lui la sua famiglia, non per i nostri meriti ma solo per il suo amore, che è grazia, perdono, misericordia». È la celebrazione che apre il triduo pasquale, i tre giorni concepiti come un’unica celebrazione. Il Triduo non è preparazione alla Pasqua, ma è tutto quella Pasqua alla quale non si può togliere nulla, perché è tutto vittoria della vita, del perdono e dell’amore. Dopo la lettura evangelica, il Cardinale ha compiuto il rito della lavanda dei piedi. Le persone scelte tra i poveri con due famiglie migranti dall’Ucraina e dalla Palestina, danno al gesto simbolico una valenza di forte realismo. «Gesù - dice il cardinale - lava i piedi a discepoli dei quali conosce le contraddizioni. Risponde così al tradimento che Giuda porta nel cuore e che tutti i discepoli vissero scappando». «Gesù lava i piedi perché non ci siano scuse: se lo fa Lui possiamo e dobbiamo farlo tutti e a tutti, ad iniziare dai fratelli più piccoli di Gesù, i poveri, che non sono quindi estranei, o coloro da cui tenersi lontano o al massimo da aiutare un poco, ma sono i fratelli e le sorelle da amare. Nessuno è esente. “Fate come io ho fatto a voi”. La Messa in Cena Domini praticamente non si conclude, ma si spegne in un silenzio protratto nell’adorazione eucaristica, fino a quando l’indomani la Chiesa sarà convocata a venerare quella croce che è il contenuto nell’Eucaristia. “Lo capiamo solo facendolo, - ha detto il Cardinale - misurandoci con la concretezza del fratello, con l’abbassarci, con l’umiltà del gesto e della cura che questo richiede. Fatelo non come vi pare, ma come ho fatto io, amando, che significa anche con tenerezza».