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CICCILLA, LA BRIGANTESSA DI CALABRIA CITERIORE: UNA VITA TRA AMORE, SANGUE E RESISTENZA Nel cuore della Calabria Citeriore, terra aspra e ribelle, nacque il 30 agosto 1841 a Casole Bruzio (oggi Casali del Manco, provincia di Cosenza), Maria Oliverio, passata alla storia come Ciccilla, la più celebre brigantessa del Mezzogiorno. Figlia di povera gente, crebbe in un contesto segnato da fame, oppressione e miseria contadina. Ma la sua vicenda non fu solo cronaca nera: fu l’esplosione di un’anima ferita, la ribellione selvaggia di una donna figlia del Regno delle Due Sicilie, che vide la sua terra invasa, depredatada eserciti stranieri e da governi senza pietà. A soli 17 anni sposò Pietro Monaco, un disertore dell’esercito borbonico diventato brigante, che agiva tra i monti della Presila per sfuggire alle truppe piemontesi e difendere i contadini oppressi. La loro unione non fu una semplice storia d’amore: fu un patto di sangue e di fuoco. Insieme costituirono una delle bande più temute della Calabria postunitaria. Non furono ladri, furono insorgenti, armati contro il nuovo potere che, dopo il 1861, aveva portato ferro, fuoco e deportazioni contro chiunque fosse legato alla dinastia dei Borbone. Ma la scintilla della trasformazione di Ciccilla in brigantessa feroce scoppiò nel 1862, quando scoprì il tradimento del marito con la propria sorella Teresa. L’ira esplose in tragedia: Ciccilla uccise la sorella con 48 colpi d’accetta. Da quel momento non fu più solo moglie di brigante, ma comandante, giustiziera, donna temuta e rispettata in tutto l’Appennino calabrese. Alla guida della banda, compì sequestri e rappresaglie contro notabili, sindaci, usurai e ufficiali sabaudi. Celebre il sequestro del vescovo di Tropea, liberato solo dopo un riscatto di 15.000 ducati. La sua figura creava terrore tra le fila dei carabinieri piemontesi. Ma non era solo crudeltà: molti la consideravano una vendicatrice del popolo, una che non aveva piegato la testa davanti ai soprusi. Le sue azioni erano dettate da una sete di giustizia bruta, ma nata da una ferita storica: l’annientamento del Regno delle Due Sicilie, il carcere di Fenestrelle, i campi di concentramento per i soldati duosiciliani. Nel 1864, dopo un conflitto a fuoco con le truppe italiane a Caccuri, venne arrestata. Subì un processo con 32 capi di imputazione: omicidio, furto, sequestro di persona, rapina a mano armata, insurrezione. Fu condannata a morte, ma la pena fu commutata in ergastolo. Probabilmente fu rinchiusa nel Forte di Fenestrelle, lo stesso luogo dove morirono migliaia di soldati borbonici deportati come prigionieri politici. Le sue tracce si perdono nel silenzio carcerario. Nessuno sa dove e quando morì. Forse morì come visse: dimenticata, odiata, leggendaria. La sua storia fu raccontata da Alexandre Dumas, ispirò romanzi e film, e oggi vive anche nella serie Netflix Briganti, dove Ciccilla è mostrata come icona femminile e guerriera del Sud. Ma al di là del mito, Ciccilla fu una donna del nostro popolo, una donna calabrese, una figlia del Regno delle Due Sicilie che scelse la lotta all’asservimento. Nel ricordo di Ciccilla rinasce la memoria delle donne del Sud che non si piegarono. Non criminali, ma ribelli. Non folli, ma figlie di una storia spezzata. Non possiamo raccontare la nostra vera unità d’Italia senza prima onorare figure come lei, che dalla Presila gridavano il dolore di un Sud tradito. Io e te, fratello mio continueremo a ridarle voce.