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II.1. LA FAMIGLIA OLIVERIO E LA FAMIGLIA MONACO È una famiglia numerosa e povera quella di Biagio Oliverio e Giuseppina Scarcella. Quando nasce Maria, ci sono già tre figli: Teresa, la prima, di 13 anni, Raffaele di 6 e Salvatore di 3 anni. Maria era speciale, di una bellezza non comune; la moglie del sindaco di Casole Bruzio, Pasquale Ponte, a due isolati di distanza dalla Sciolla, dove abitavano, volle farle da madrina al suo battesimo; la sua bellezza era davvero inconsueta e per gli anni dell’infanzia era coccolata e vezzeggiata dai Ponte, spesso le porgevano piccoli regalie. Il suo viso dolce e un sorriso erano la loro ricompensa. Anche i genitori accettavano quei regali che Maria divideva volentieri con il fratello Salvatore e con i fratellini più piccoli: Vincenzina e AngeloMichele. Quando aveva dieci anni, la sorella Teresa era già andata a vivere a Macchia dove aveva sposato Salvatore De Cicco, e il fratello Raffaele Oliverio cominciava a portare un po’ di soldi a casa. Nel 1851 nacquero le gemelline: Rosina e Maria Antonia. Il giorno che nacquero Maria sentì il padre bestemmiare e poi aggiungere: Altre due femmine! E chi ce l’ha i soldi per camparle?!… E la dote, chi gliela fa la dote?! Vissero poco, morirono dopo pochi mesi. Maria si era subito affezionata a quelle creaturine che trattava come bambole. Quella parola: “dote”, ancora non la capiva, ma doveva riguardare anche lei, perché era certamente riferita all’essere femmina. Spesso, nei momenti di crisi, Maria veniva mandata a Macchia, dalla sorella Teresa, per avere qualcosa da aggiungere al loro magro pasto familiare. Il cibo veniva prelevato in piccole dosi dai depositi di derrate accumulati da Franciscu, il suocero. Il matrimonio tra Teresa e Salvatore De Cicco, come tutti i matrimoni, fu combinato tra i consuoceri. In queste discussioni, in cui l’amore è l’ultimo dei pensieri, ecco che questo sentimento fa capolino lo stesso, come una scintilla nel buio del groviglio di bassi interessi materiali e di gara alla sopravvivenza. Era la festa del Corpus Domini e nella piazza di Macchia, si stava allestendo un altarino proprio all’angolo della casa dei Gullo. Tutte le donne partecipavano all’allestimento, le lenzuola ricamate, i centrini e l’arredo era fornito dalle famiglie Gullo, Barrese, Benvenuti, Tricarico. I fiori erano di competenza dei bambini che andavano per le campagne a raccogliere petali di rose, e soprattutto cesti e cesti di odorosi e gialli fiori di ginestra. I fiori venivano sparsi al passaggio della processione. Fu in quella piazza che Teresa, mentre era intenta ad apparecchiare l’altarino, incrociò lo sguardo di Pietro Monaco che vestiva la bella e austera uniforme di caporale borbonico. Era tornato da Napoli per la sua ultima licenza prima del congedo. Lo conosceva appena, quando lui era partito si era sposata da poco, lo aveva incontrato una volta quando andò a trovare un’anziana cugina, di nome Emanuela Oliverio, vicina di casa dei Monaco. Teresa aveva notato Pietro Monaco, aveva scambiato qualche battuta, poi il servizio militare lo aveva allontanato. La famiglia Monaco era importante e numerosa, presente sia a Macchia che a Spezzano Piccolo, ma non erano benestanti. Pietro era alto, bello, simpatico e al centro dell'attenzione di tutti, sempre attivo, impegnato in politica, anche a Napoli aveva frequentato i circoli patriottici con altri calabresi come Agesilao Milano o Giovan Battista Falcone. Questi patrioti avevano anche il vezzo di portare il cappello "cervone" dei briganti Calabresi. La leva militare borbonica era lunga e i periodi di licenza erano brevi. Il Padre, Biagio Monaco, era un "massaro", ovvero un gestore di una mandria di mucche proprie, ma anche di qualche notabile locale. Il nonno, che portava lo stesso nome del nipote, era un benefattore della chiesetta di Santa Maria di Gerusalemme e un antenato, Lelio, fu protagonista della grande rivolta dei Casali contro il Granduca di Toscana, 150 anni prima. Cosa di cui se ne era persa la memoria: rimaneva una piccola traccia di quegli eventi dimenticati proprio nell’insolito nome Lelio, il fratello più piccoli di Pietro. La madre, Francesca Caruso, era sorella del parroco della chiesa di Sant’Andrea e provenivano dal vicino casale di Cribari. Neanche a Pietro Teresa passò inosservata e quello sguardo incrociato, ricambiato e insistito per tutta la durata della festa fu esplicito. Nell'allestire l'altarino c'era bisogno di qualcuno più alto per appuntare un chiodo o per mettere un vaso su un davanzale e Pietro non si tirava indietro. Tutte le ragazze trovavano l'occasione propizia per conoscerlo. Anche le sorelle di Monaco, Elina e Caterina scherzavano e si vantavano con le altre ragazze di un fratello tanto bello e simpatico. Teresa, pudicamente, si faceva da parte in queste discussioni. Nonostante tutto i loro occhi si incrociarono e i divieti e la vergogna facevano aumentare la voglia di guardarsi e di conoscersi meglio.