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Due morti, crivellati dai colpi d'arma da fuoco della polizia. Sul selciato 2 chili di bossoli rinvenuti dopo uno degli eventi più tragici per il movimento operaio italiano. Ad Avola, il 2 dicembre 1968, il freddo avvolge i muriccioli a secco e le distese di alberi delle “buone, dolcissime, tenere mandorle”, come scrive il giornalista Mauro De Mauro, accorso per raccontare le macerie di una giornata di lotta. E di morte. Lungo la Statale 115, che collega il piccolo comune siciliano al resto della provincia di Siracusa, i braccianti hanno incrociato le braccia. Uno sciopero indetto dai sindacati contro lo sfruttamento, il caporalato e le gabbie salariali che marchiano la zona. Per un aumento del 10 per cento sulle paghe giornaliere: da 3.110 lire a 3.480 lire. Il prezzo di un carciofo. I padroni, però, non intendono accogliere le richieste dei braccianti. Il blocco, quindi, è ad oltranza. La mattina del 2 dicembre i lavoratori sono lì, sulla Statale. E anche la polizia, con i caschi, i manganelli, le pistole e i mitra. Spara e travolge la resistenza operaia, che al piombo delle forze dell'ordine non sa dare una ragione. I braccianti scappano, si nascondono e si disperdono nelle campagne gelide della Sicilia. Due morti e decine di feriti è il bollettino della mattanza di Stato. Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona sono stati ammazzati. Per l'eccidio di Avola non ci sarà nessun processo. E nessun colpevole. I fatti, però, di quel 2 dicembre 1968, smuovono le coscienze di un mondo in fibrillazione. In Italia, scioperi, cortei e manifestazioni in solidarietà alla lotta bracciantile sono all'ordine del giorno. Studenti e operai in piazza. Il '68 italiano è agli esordi. E nel nome di Avola e del sangue versato, lo Statuto dei lavoratori è sempre più vicino. Questa testimonianza fa parte dell'archivio multimediale dello Spi-Cgil “Ruvide: storie di lotte e lavoro”, realizzato dal Centro di giornalismo permanente (Cgp). Un progetto sull'epopea del movimento operaio, tra gli anni '50 e gli anni '80.