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Dal quartiere Olmi di Milano alle montagna della Val d'Aosta, un viaggio alla riscoperta della montagna, qualcosa che immersi nella città frenetica rischiamo di perdere per sempre. Quartiere Olmi Pietro è un bambino timido, nato e vissuto nella periferia milanese. La madre lavora come assistente sanitaria in un consultorio nel quartiere degli Olmi, un quartiere attaccato alla città di Cesano Boscone, dove vivo io, ed ho molti amici degli Olmi, e ho fatto tante gite in montagna quando ero giovane con gli amici degli Olmi, come Maurizio Lupi. Nel quartiere degli Olmi tutte le vie hanno il nome di una pianta, ma che ospita palazzoni a 9 piani nella periferia della metropoli. Lei si ostina a coltivare fiori «su un balconcino annerito dal fumo e ammuffito da piogge secolari»; il padre è un chimico industriale, scontroso e pieno di rabbia, che ogni giorno va in fabbrica «come se dovesse calarsi in trincea». Matrimonio ad alta quota I suoi genitori però a Milano si sentono in gabbia, perché sono originari delle Dolomiti, e si sono perfino sposati ad alta quota. Tre cime Continuano sempre a ricordare con grande nostalgia le loro ascese alle Tre cime di Lavaredo e alle altre montagne delle Dolomiti. Grana Sognano tutto l’anno l’estate, che passano ad esplorare le montagne della Val D’Aosta, finché un giorno scoprono Grana, un paese antico in una valle dimenticata, e se ne innamorano. Grana è il centro di questa storia, perché qui Pietro impara a conoscere e amare la montagna. Qui scopre un padre molto diverso da quello di città, che lo porta sulle cime e cammina veloce senza mai voltarsi indietro. Valgrana Pensate che all’estero Valgrana viene chiamata Cognetti’s valley In un dialogo con il padre la grande scoperta che dovrebbe farci riflettere tutti, soprattutto quando Valgrana In un dialogo con il padre la grande scoperta che dovrebbe farci riflettere tutti, soprattutto quando pensiamo solamente a sfruttare la natura, senza cogliere in essa le conseguenze di quello che facciamo in pianura. Forse solo recentemente ci siamo chiesti stupiti come mai ghiacciai secolari, some quello dell’Adamello, si stiano sciogliendo. Il passato è a valle, il futuro a monte Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. […] Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa La montagna ti insegna l’ importanza delle regole Sul sentiero mio padre mi lasciava camminare in testa. Mi stava dietro a un passo, così che potessi sentire una sua parola quando serviva e il suo respiro alle mie spalle. Avevo poche e chiare regole da seguire: uno, prendere un ritmo e tenerlo senza fermarsi; due, non parlare; tre, davanti a un bivio, scegliere sempre la strada che sale. [...]. Il bosco non aveva fascino ai suoi occhi. [...]: lo risalivamo a testa bassa, concentrati sul ritmo delle gambe, dei polmoni, del cuore, in un rapporto privato e muto con la fatica. (capitolo DUE pagina 32) Un’amicizia nata da un’empatia profonda Ma soprattutto, qui conosce Bruno, un ragazzino dall’aspetto selvatico, che porta le mucche al pascolo. Dal loro incontro nasce un’amicizia lunga trent’anni, lo spazio di tutto il romanzo. Nei rispettivi modi di vivere la montagna si possono riassumere tutte le differenze tra Pietro e Bruno. Per Pietro, Grana è il centro del mondo, il luogo da cui parte e a cui ritorna ogni peregrinazione, l’unico in cui si sente davvero a casa. Per Bruno, la montagna non è solo una casa, è il mondo intero: è il limite entro cui si definisce la sua identità, che lui non può e non vuole superare, non ci sono scuole o lavori da muratore che possono staccarlo dalla sua montagna. Come in ogni grande amicizia, i due riescono a capire chi sono solo dal confronto con l’altro. Pietro è destinato a vagare per il mondo, Bruno a rimanere lì. Le otto montagne, quindi «è soprattutto una storia sul rapporto che abbiamo con i luoghi, sul modo in cui mettiamo radici» (dall’intervista di Paolo Cognetti a Che tempo che fa, 19 febbraio 2017). Cognetti ha un talento magico per la misura. In tutto il libro non c’è una parola di troppo o al posto sbagliato. Il suo è un linguaggio semplice e perfetto, che fa venire voglia di rileggere ogni frase cento volte, senza retorica e superlativi.