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Marghera non è un margine. È una porta. È lavoro, comunità, identità industriale e quotidianità vera. Per troppo tempo, però, Marghera e Mestre si sono guardate da vicino senza toccarsi davvero: separate da infrastrutture pensate per passare attraverso e non per unire. Oggi qualcosa cambia. Con l’avvio dei lavori per la nuova Stazione di Venezia Mestre, a marzo, non parliamo solo di un cantiere ferroviario. Parliamo di una scelta urbana che dice una cosa semplice e potente: ricucire. La piastra sopraelevata ciclopedonale — larga, luminosa, attraversabile — non è un dettaglio tecnico. È un gesto politico nel senso più alto del termine: rimettere le persone al centro. Significa passare da una città spezzata a una città che si riconnette. A piedi, in bici, senza barriere. Mestre e Marghera tornano a essere vicine non solo sulla mappa, ma nella vita quotidiana. L’investimento è importante, quasi 100 milioni di euro, ma il valore vero sta in ciò che produce: tempo restituito ai pendolari, sicurezza negli spostamenti, servizi migliori, spazi pensati per chi la città la vive ogni giorno. Una stazione che non è solo transito, ma incontro. Non solo attesa, ma relazione. Per Marghera questo progetto vale doppio. Perché rompe l’idea di periferia e riafferma un ruolo centrale. Perché dice che sviluppo e dignità urbana possono stare insieme. Perché una grande infrastruttura, se pensata bene, non schiaccia il territorio: lo valorizza. #MargheraBELLA è anche questo: cantieri che non calano dall’alto, ma aprono possibilità. Mobilità che non divide, ma connette. Urbanistica che smette di essere parola fredda e diventa esperienza concreta. Ora la sfida è accompagnare i lavori con ascolto, attenzione ai disagi temporanei, e una visione chiara sul “dopo”. Perché una stazione nuova è davvero un successo solo se cambia in meglio le abitudini, le relazioni, la qualità della vita. Marghera non chiede scorciatoie. Chiede rispetto, connessioni vere e futuro. E questa volta, i binari vanno nella direzione giusta. 🚉💚 Paolo Bonafé