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Quando ascoltiamo un testimone oculare sicuro e preciso, siamo portati a credere che il suo racconto sia una prova solida. Tuttavia, per un esperto tecnico forense della testimonianza, quella stessa narrazione è una prova fragile. Il motivo è biologico: il cervello non è un computer che apre file archiviati, ma un organo che “costruisce” la realtà ogni volta che tenta di ricordarla. Per comprendere questa fragilità bisogna guardare dentro l'encefalo e analizzare tre strutture chiave: 1. l’ippocampo: il "regista" della memoria. Elabora, seleziona e trasferisce i ricordi verso la corteccia cerebrale (il nostro “disco rigido”) per l'archiviazione a lungo termine, un processo che avviene principalmente durante il sonno; 2. l'amigdala: la centralina delle emozioni. In caso di trauma, l'amigdala prende il comando, dando priorità alla sopravvivenza rispetto alla logica dei fatti. Questo causa il cosiddetto "sequestro emozionale": il testimone reagisce per salvarsi, ma perde la capacità di ricostruire la cronologia corretta dell'evento; 3. la corteccia prefrontale: il “direttore d'orchestra” che dovrebbe filtrare la verità e gestire le interferenze. Se il testimone è stanco o sotto stress, questa struttura perde potere, rendendo il soggetto vulnerabile alle informazioni false o alle domande suggestive che inquinano il ricordo originale. Valutare scientificamente un testimone non significa scartare la sua versione, ma sottoporla a criteri rigorosi, ad esempio analizzare come sono stati condotti i primi colloqui, valutare i tempi di esposizione allo stimolo, verificare eventuali contaminazioni tra testimoni ecc. La scienza ci dice chiaramente che la certezza espressa da chi parla non è correlata all'accuratezza del ricordo e il compito degli esperti è proteggere la verità processuale dagli scherzi biologici che il cervello gioca a sé stesso. Video con il prof. Massimo Blanco