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Questo video esplora un tema tanto universale quanto poco evidente: la percezione del pericolo e le risposte emotive e cognitive non sono solo biologiche, ma profondamente culturali. Ogni civiltà intreccia biologia, simboli, rituali e visione del mondo per dare forma alla paura, allo stress e persino alla coscienza. Non reagiamo al pericolo “così com’è”, ma attraverso le mappe che la cultura ci ha insegnato. Il viaggio inizia da una comparazione tra grandi tradizioni. Nella tradizione occidentale greco-cristiana, la minaccia è spesso vista come caos, peccato, perdita di controllo: un male esterno da combattere. Lo stress diventa prova morale o spirituale, la coscienza è duale (anima contro corpo) e la risposta passa da confessione, preghiera e introspezione. Nella tradizione ebraica, la minaccia è storica e collettiva: esilio, persecuzione, trauma. Lo stress nasce dalla tensione tra promessa e sofferenza; la coscienza è memoria e responsabilità etica, e la risposta è il ricordo rituale, lo studio, il lutto condiviso. Per l’Islam, la minaccia è una prova divina (fitna), lo stress fa parte del disegno di Allah e la virtù centrale è la pazienza (ṣabr). La coscienza ruota intorno all’intenzione (niyya) e al timore reverenziale (taqwā), con risposte come preghiera, digiuno e affidamento totale. Nel buddhismo, la minaccia non è esterna ma interna: attaccamento, ignoranza, illusione. Lo stress è dukkha, sofferenza universale; la coscienza è un flusso impermanente e la risposta passa da meditazione, consapevolezza, distacco e compassione. Nelle tradizioni animiste e indigene, infine, la minaccia è lo squilibrio tra forze naturali e spirituali. Lo stress nasce dalla rottura dell’armonia cosmica e sociale; la coscienza è relazionale, non individuale, e la risposta è rituale collettivo, danza, canto, riconnessione con antenati e terra. Questa cornice teorica prende vita nel mito africano del Sasabonsam (o Asanbosam). Immagina un bambino Ashanti, in Ghana, al calare del sole, tra le ombre dei baobab. Gli adulti parlano a bassa voce di uno spirito vampirico che vive nella foresta: denti d’acciaio, piedi a uncino, predatore dall’alto. Non è una favola: è una mappa emotiva reale che insegna cosa è pericoloso e come comportarsi. La paura qui è culturale, simbolica, sociale. Il mito viene analizzato in profondità: la foresta come spazio liminale e prova; i denti d’acciaio come fame armata, violenza “forgiata”, inversione delle protezioni rituali; i piedi a uncino come trappola, assenza di tracce, rovesciamento del rapporto tra cacciatore e preda; il pollice come bersaglio perché simbolo di presa, lavoro, autonomia, giuramento e responsabilità. Insieme, questi elementi costruiscono un’etica della misura: chi predà senza limite viene predato. La storia si concretizza in un caso reale documentato: un giovane Ashanti che, dopo aver infranto un tabù, sviluppa ansia, insonnia e incubi, convinto di essere perseguitato dallo spirito. Per la medicina occidentale sarebbe un disturbo d’ansia; per la sua comunità è una crisi spirituale e relazionale. La cura non è farmacologica, ma un rituale collettivo di purificazione, che reintegra l’individuo e ripristina l’equilibrio cosmico. Segue un’analisi psico-antropologica: – sul piano psicodinamico, il mostro è la colpa che prende forma simbolica; – sul piano socio-antropologico, la minaccia è un fatto sociale che organizza la risposta collettiva; – sul piano della coscienza, emergono visioni opposte: sostanza, processo o campo relazionale, ciascuna con le proprie vulnerabilità. Una tabella comparativa riassume le differenze tra tradizioni, mettendo a confronto natura della minaccia, esperienza dello stress, concetto di coscienza e risposta rituale. Nella parte finale, il discorso si sposta sul presente: scontro alla pari, bullismo, mobbing, scherzo e dispetto. Dalla parità (“me ne ha date tante quante gliene ho date”) alla violenza percepita come lesiva. Contesti amicali, scolastici, lavorativi, fino alle palestre e agli spogliatoi come nuovi teatri di scontro. Le conseguenze: ritiro sociale, licenziamento come soluzione imperfetta, vendetta o soppressione emotiva come strategie fallimentari. Il tutto introdotto da una storia culturalmente situata (Polinesia, Filippine o Nuova Zelanda), e chiuso da uno schema e un’immagine di sintesi. La conclusione è chiara: non esiste un modo universale di vivere la paura. La sofferenza ha sempre un significato culturale, e la cura funziona quando agisce sullo stesso livello simbolico della minaccia. La domanda finale resta aperta: qual è la storia che la tua cultura ti ha insegnato sulla paura? E quale rituale puoi usare per trasformarla? _______________________________ D.O.P. & Production Alessandro Lorenzetti _______________________________ Digital Content Manager Luca Rappa