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Un libro Un libro non è un oggetto. È un varco, una soglia, una promessa. Chi lo apre compie un gesto antico e rivoluzionario: decide di fermarsi, di ascoltare, di lasciare che un’altra voce entri nella propria vita. In un tempo che ci vuole veloci e distratti, leggere è un atto di resistenza. È un modo per ricordare che esiste ancora un io profondo, fragile e prezioso, che chiede spazio e tempo. Perché un lettore non è mai un destinatario passivo: è una presenza viva. Ogni libro si compie solo quando qualcuno lo attraversa, lo interpreta, lo accoglie. Le pagine non chiedono obbedienza, chiedono partecipazione. È il lettore a dare respiro alle parole, a trasformarle in esperienza. Leggere non è ricevere: è entrare in relazione. Eppure si legge poco. Non basta dire ai giovani che leggere “fa bene”, come fosse una medicina amara. La lettura non è un obbligo: è un clima, un ecosistema che deve circondare le persone, farle sentire accolte e chiamate. Senza questo clima, le parole cadono nel vuoto. Senza un contesto che valorizzi davvero la cultura, i libri restano scaffali muti. Viviamo in un Paese in cui i media privilegiano intrattenimento e polemiche. Il giornalismo rincorre retroscena e potere. Le riviste relegano i libri in poche righe, come se la letteratura fosse un ornamento, non una necessità. Come se un libro non fosse una bussola, una stella polare capace di indicarci la rotta quando la quotidianità ci trascina lontano da noi stessi. Eppure altrove qualcosa accade. A Napoli, il Campania Libri Festival riempie gli spazi di giovani e famiglie. A Salerno, Caserta, Benevento, la letteratura diventa incontro e comunità. A Scampia, proprio dove per anni si è raccontato solo degrado, i libri sono diventati un’àncora di salvezza. Segnali che dimostrano come la cultura possa ancora generare movimento e futuro. Ma in Irpinia? Qui la cultura sembra respirare a fatica. Avellino, un tempo viva di fermenti, oggi appare spenta, svuotata. La desertificazione non è solo demografica: è culturale. Avanza piano, erode, cancella. Io sono Paolo Losasso, irpino, classe 1963. Ho visto la mia generazione inghiottita nell’indifferenza. Ricordo scrittori e poeti che avrebbero meritato ben altro destino: Armando Saveriano, Oscar Luca D’Amore, Tina Rigione, Claudia Iandolo, Gerardo Pepe. E ci metto anche me stesso, come scrittore, poeta e musicista. Abbiamo pubblicato libri che avrebbero potuto essere studiati, discussi, portati nei festival. E invece? Qualche presentazione, qualche articolo, qualche intervista. Poi il silenzio. Nessuna continuità, nessuna memoria. Dopo gli anni ’90 e i primi 2000, non ricordo più un vero movimento letterario ad Avellino. Siamo all’anno zero. Un territorio che perde i suoi giovani e la sua voce perde inevitabilmente anche i suoi libri. E quando un territorio perde i libri, perde la capacità di raccontarsi. Perde la sua anima. Eppure un libro resta lì, ostinato, a ricordarci che un’altra strada è possibile. Un libro cartaceo — con il rumore delle pagine, il suo profumo, la sua fisicità — è un compagno di viaggio che non tradisce. Ti permette di attraversare mondi anche quando non puoi muoverti. Ti restituisce a te stesso. Questo progetto nasce per questo: per ridare spazio ai libri. Per ricordare che la cultura non è un lusso, ma un diritto. Per dire che leggere non è un passatempo, ma un modo per restare vivi. Perché un territorio senza libri è un territorio senza futuro. E un giovane che non incontra i libri è un giovane a cui è stata sottratta una parte di libertà. Io non so se le cose cambieranno. Non vedo fermento. Ma so che ogni gesto conta. Anche un video. Anche una voce. Anche un libro aperto davanti a una telecamera. Perché la cultura non muore finché qualcuno continua a crederci. E io ci credo ancora. (chitarra Paolo Losasso)